giovedì 19 aprile 2012
Le Finestre Dei Pensieri: INTERVISTA DI ALESSANDRO BAGNATO ALLA SCRITTRICE ADRIANA PEDICINI
http://www.letteratura.rai.it/upload.aspxLe Finestre Dei Pensieri: INTERVISTA DI ALESSANDRO BAGNATO ALLA SCRITTRICE ADRIANA PEDICINI
sabato 30 maggio 2009
libro a più mani
[Photo] ADRIANA PEDICINI
VITA DA NOMADI
La prima casa da nomade della vita di Josephine non era propriamente una casa situata come tutte le altre in un paesino, né piccolo, né grande che si snodava sulle rive opposte di un fiumiciattolo che venendo giù a rivoli e torrenti s’ingrossava via via, inabissandosi alla fine in un alveo sempre più ampio e profondo per poi lambire con acque giallastre altri paesi. Un ponte di granito bianco collegava i due lati del paese, un ponte stretto e lungo sotto il quale il fiume quasi descriveva un’insenatura dove l’acqua, ritirandosi nell’alveo, lasciava scoperta una riva di sabbia finissima mista a ciottoli levigati dalla corrente impetuosa delle inondazioni invernali. Sul greto, a ridosso del massiccio muro che delimitava ad un livello più alto la strada, come barche capovolte in secca, erano poggiate tende di ogni genere e colore in cui erano accampate alcune famiglie di tzigani, da tutti denominati zingari, con un senso piuttosto dispregiativo da parte dei gagi a causa del loro vagabondare, senso che è poi è rimasto al termine come appellativo di biasimo in senso lato. Essi periodicamente tornavano al paese, in concomitanza con la festa patronale, dopo aver girovagato e sostato di tanto in tanto in diversi altri posti. Vivevano di un proprio lavoro, anche se era dura a morire la convinzione che di notte andassero rubando nelle case. Gli uomini battevano pentole e bacili di rame, le donne si recavano di casa in casa a proporre piccoli oggetto di artigianato, lunghi aghi per materassi o ferri affusolati da maglia in cambio di un bicchiere d’olio o un pezzo di pane o leggevano la mano a qualche passante. Talvolta al mattino c’era chi si lamentava di non trovare più le sue masserizie e puntualmente, a ragione o a torto, s’incolpavano gli zingari. Essi erano per lo più omoni di grande statura, scuri di pelle, capelli lunghi neri. Vestivano con pantaloni di pelle nera e giubboni di cuoio borchiati. Le donne indossavano variopinte gonne lunghe fino alle caviglie snelle e sottili che sembravano nate apposta per danzare balli vertiginosi. I bambini per lo più scalzi come le loro mamme, capelli lunghi e lisci e sempre moccoli al naso. Ma nei loro occhi neri come carboni guizzavano pagliuzze dorate che sprigionavano una grande voglia di vivere che si beffava dei loro vestitini sdruciti e maleodoranti. I più grandi possedevano per natura una bellezza selvaggia, quasi tutta concentrata nei tratti nervosi e asciutti del corpo. Guadavano nudi le acque del fiume mille volte tuffandosi e altrettante volte emergendo come agili delfini e si rincorrevano sulla riva sollevando nugoli opalescenti di sabbia. Godevano di granelli di libertà, così scontata apparentemente a quell’età, in un mondo che comunque li emarginava, anche se non li perseguitava, sorte quest’ultima che era toccata per un motivo ai loro nonni e bisnonni, e sarebbe toccato per altri motivi in tempi successivi ai loro figli e nipoti. Infatti non erano essi ammessi a scuola, apprendevano direttamente dalla vita quello che bisognava sapere, niente amici, se non la loro stessa amicizia. Ma dopotutto erano fortunati. Senza chiesa avevano un credo, senza casa avevano un proprio centro d’affetti. Ed alcuni avevano di sé anche una memoria storica legata , come il più anziano raccontava, al fatto che erano tutti discendenti degli zingari che intorno all'anno 1000 erano stati inviati dal Re dell'India al Re di Persia, che soffriva di male oscuro, per farlo felice con la loro musica e le loro danze. Ma non sempre volentieri gli zingari parlavano delle loro origini, forse per crearsi un certo alone di mistero o semplicemente perchè non ricordavano abbastanza. E si prendevano cura come potevano anche di un loro congiunto malato, Pellegrino, grosso ragazzone di quarant’anni, testa pelata, sempre la stessa giacca ormai troppo lisa, pantaloni larghi e corti in maniera sbilenca alle caviglie. Era quasi sempre solo; già lo era di se stesso , senza alcuna voce che dall’animo gli tenesse compagnia e lo facesse piangere di dolore o di gioia. L’ anziana del gruppo lo accudiva come si può accudire un maiale o una pecora. La sua unica passione erano le biglie di ferro, con cui giocava tutto il giorno. Le lanciava in alto, lasciandosele poi cadere in mano, le faceva scivolare lungo le ginocchia congiunte, le spingeva l’una contro l’altra con la punta delle dita. Le raggruppava casualmente o chissà secondo quali suoi ignoti disegni. Ne aveva di grandi, piccole e qualcuna grandissima quanto una noce. Non era cattivo, era solo gelosissimo delle sue biglie. Talvolta, se ne perdeva una quando si recava nella piazza del paese, piangeva a dirotto singhiozzando fino a inveire contro questo o quello. Era allora che interveniva il maresciallo minacciandolo di “chiuderlo”, e allora Pellegrino se la dava a gambe , barcollando goffamente, fino a ritornare sul greto del fiume dando un gran balzo dal muro dalla parte più bassa. E riprendeva a piangere finché non le buscava con un nerbo di bue sulle spalle. L’ unica a mostrare un represso disagio era proprio Josephine. Il fatto che fosse di modi più educati e che la sua pelle fosse più chiara, i capelli nerissimi e alquanto crespi e trasparisse una paurosa docilità dallo sguardo malinconico probabilmente stavano ad indicare un qualche segreto nella sua condizione di vita che se da una parte potevano suggerire il sospetto di percorsi inaspettati e fortuiti che l’avevano spinta, suo malgrado, in quella situazione, dall’altra esprimevano un rifiuto totale del suo genere di vita o la denuncia silenziosa di qualche tremendo aspetto della sua sorte. Oppure la sua era solo la denuncia di una società sorda ai diritti di una popolazione nomade non solo per tradizione ma anche per il bisogno di procurarsi i mezzi per vivere . [Photo]
GLORIA GAETANO
Immersa nei suoi pensieri, Josephine non s'era accorta di un uomo, che s'era andato a sedere su una panca accanto ai gradini della sua casa. Sembrava un vagabondo, magro, con le scarpe da ginnastica, aveva la barba lunga ed era calvo. I capelli che gli restavano erano lunghi ,scuri, radi e gli arrivavano alle spalle. - La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare sorie-disse lo sconosciuto, seduto di fronte a lei. Lì intorno sembrava non esserci più nessuno, forse si erano allontanati, o radunati altrove. Tutto era immobile come per un incantamento e Josephine guardò il suo interlocutore. Era davvero una notte magnifica, di luna piena, calda e tenera, con qualcosa di sensuale e magico. Nello spiazzale non c'erano più macchine nè persone: tutto era come fermo. -Torneranno più tardi- pensò la donna. - Questa è la luna dei poeti- disse il vagabondo- dei poeti e dei fabulatori, questa è la notte ideale per ascoltare storie, per raccontarle anche. Non vuole ascoltare una storia? -E perchè dovrei ascoltare una storia? -disse Josephine , lievemente attratta dalla possibilità di distrarsi un momento dai suoi pensieri, - Non ne vedo la ragione.. - La ragione è semplice-,rispose lui,- perchè è una notte di luna piena e perchè lei se ne sta qui, tutta sola, a guardare il fiume, la sua anima è solitaria e nostalgica, e una storia potrebbe darle allegria. -Ho avuto una giornata piena di storie, non credo che ne occorrano altre. L'uomo incrociò le gambe, appoggiò il mento sulle mani con aria meditabonda e disse: - Abbiamo sempre bisogno di una storia, anche quando sembra di no. -Ma perchè proprio lei dovrebbe raccontarmi una storia? Non capisco. - Perchè le storie le vendo, io, sono un venditore di storie, è il mio mestiere. Vendo le storie che m'invento da me. -Non capisco. -Senta, -disse lui- sarebbe un racconto troppo lungo, ma non è quello che vorrei narrarle stanotte; in genere non mi piace parlare di me, mi piace parlare dei miei personaggi. -No, no,-protestò Josephine- è la sua storia che mi interessa, mi racconti più cose di sè. - Semplice,- rispose lui- sono uno scrittore fallito, la mia storia è tutta qui. - Non vuole proprio raccontarmi qualcosa di più? - Beh- continuò lui- io sono medico, ho studiato medicina, ma non era la scienza che volevo studiare. Da studente passavo le notti a scrivere racconti, poi mi sono laureato e ho cominciato a esercitare la professione, a lavorare in un consultorio; ma con i miei pazienti mi annoiavo, i loro casi non m'interessavano. Quel che mi piaceva era di restare al mio tavolo a scrivere, perchè io ho un'immaginazione straordinaria alla quale non riesco a mettere freno. E' una cosa che s'impossessa di me e mi obbliga a inventare storie di tutti i tipi, tragiche, allegre, superficiali, intense, comiche, drammatiche. E quando la mia immaginazione si scatena quasi non posso più vivere, mi inquieto, mi stranisco, mi sento male, resto lì a pensare alle mie storie, non c'è posto per nient'altro. Il Venditore di Storie fece una piccola pausa e allungò il braccio verso la luna, in un gesto teatrale, come se volesse acchiappare la faccia tonda della luna.
MARIA DINA SARACENI (PUNTO PROVVISORIO DIINSERIMENTO)
La legge, l'ordine e il rispetto per la vita umana stanno per scomparire. Nel mondo intero sta prendendo il sopravvento la violenza, nemica della vita. La guerra, l'aggressione, la rapina il sequestro, la strage, la violenza ideologica della lotta di classe spingono l'uomo contro l'altro uomo.Vuoi sapere una cosa? In realtà,tutto ciò non interessa a nessuno. I politici non fanno nulla in proposito, si preoccupano solo del loro potere personale, impegnandosi per non perderlo. Il mondo sta cambiando, siamo spinti a cercare il meglio e lo vogliamo senza fare sacrifici per ottenerlo, senza lottare.
ANNAMARIA FULGIONE
Trasse un respiro profondo e la guardò. ”Ecco voglio sfogliare la luna per te e regalarti una storia bella, come bella sei tu. Devi sapere che da piccolo abitavo in una bella città e a pochi passi da casa mia c'era un posto chiamato Fossi per il fatto di essere situato in basso rispetto al normale piano stradale. Lì stanziavano i Rom, cosiddetti nomadi, proprio come te; ero completamente affascinato da loro......appena potevo scappavo e andavo a curiosare quei volti, quegli abiti coloratissimi, quella lingua strana......Oddio ne ho prese di botte da mia madre, ma scappavo lì appena potevo e un giorno ho giurato a me stesso che quando mi sarei liberato di una madre protettiva e borghese sarei scappato con loro......Sono cresciuto, ma non sono più scappato, ma li ho sempre seguiti perché sentivo di amarli finchè un giorno ho deciso di lavorare in un centro dove di rom stanziali o meno ne passano tanti. Li aiutiamo a imparare e a leggere e scrivere.....oddio non è che sia una favola a tinte rosa, la maggior parte di loro non terminano la scuola, non si inseriscono nel tessuto sociale, tanti disertano le lezioni, ma quello che voglio raccontarti è l'ingresso di quattro tesori formato rom....Mauro, Ania, Rosi, Saura o Sara......Hanno dato vita al mio sogno, amarli è stata la cosa più bella che mi sia capitata.......loro non parlavano la mia lingua, ma hanno fatto in fretta ad apprendere, ora parlano u'dialett, sì il dialetto napoletano, sì per loro è la lingua ufficiale.....Quando sono arrivati quel giorno è stata una grande festa, 4anni fa erano piccolissimi, scuri di pelle ma coloratissimi nel modo di fare...ripeto non erano abituati ad andare a scuola,quindi farli rimanere seduti è stata un impresa...infatti non ci siamo riusciti...ancora Mauro rimane attaccato a me come una cozza, la maggior parte del tempo gironzolavano per la stanza......tranne lei, Ania, lei non si relazionava con nessuno, rimaneva immobile senza partecipare e senza proferir parola per l'intero giorno, Mauro invece la prima cosa che ha chiesto maè tu si’ zengaro? no purtroppo Mauro........e che si’? italiano...maè io pure so’ italiano ma so’ pure zingaro e tu?e così comincia il mio lungo dialogo mai finito con Mauro,che continua ancora oggi...maè da dove vieni? maè che scuola hai fatto? e cumm’ è ca nun sai mai niente maè? Con Ania è stato difficile, un mondo impenetrabile il suo, bellissima Ania, aveva capelli nerissimi, 10 anni e un corpo da donna, ma sola...........sono stati i capelli ad avvicinarci, lei guardava fissa i capelli di una giovane e bella collega sempre, le ho chiesto se le piacessero quei capelli? Prima di rispondere li ha toccati......e poi ha disegnato la luna e ha scritto “tu hai capelli di luna” ....ed ecco che ho scoperto Ania....Ania che comunicava scrivendo poesie, che parlavano di luna e di stelle, uniche sue amiche............piccole frasi ma belle per me........”La maestra ha i capelli color luna, ma di giorno non si spengono, brillano”.........oppure “Le stelle dipingono la mia casa di tanti colori e anche i miei capelli, e somiglio alla Maestra” ...Ania ha lasciato la scuola, un destino ineluttabile l'ha voluta sposa a 14 anni.....come è consuetudine e uso nel vostro mondo..........dov' è ora Ania, scriverà ancora poesie, chissà, non è dato saperlo.
Con lo sguardo attonito e una palude nera di dolore in fondo al cuore, volle saperne di più. "Dai, continua, dimmi ancora. E poi...com'è che è andata via...piangeva oppure era felice....tu l'hai vista in abito da sposa...".
"Allora ascolta, per te ancora una pagina di luna e questa è quella scritta da Ania".
Quando,in un pomeriggio d'inizio autunno di quattro anni fa,incontrai nel campo un gruppo di ragazzini nomadi coloratissimi,intenti a ballare una danza tradizionale,fui attratto immediatamente da una di loro......come da una calamita; ne fui attratto per il fatto che era l'unica a ballare guardando fisso il cielo...Le danze continuarono fino all'imbrunire ,e lei lì a ballare guardando il cielo, fino a che non vennero fuori luna e stelle!!!!!!!!!!!A quel punto la bambina andò via appartandosi dal gruppo........i miei occhi non avevano smesso di fissarla per tutto il tempo,e quando lei fece per allontanarsi,per istinto la seguii,tra l'altro aveva uno strano luccichio tra i capelli,non capivo cosa fosse,ma avvicinandomi a lei,notai che aveva tra i capelli fogliettini di carta di giornale colorati,a forma di luna e stelle....e senza indugio le chiesi
"Come ti chiami"
mi rispose "Ania"
Aveva timore,lo sentivo...allora cautamente per rasserenarla le domandai
"Che hai tra i capelli? sono bellissimi.........."
"Nient',teng' a luna e le stelle, nun nè vir(ho stelle e luna non le vedi?)
"Oddio è vero, scusami, non avevo capito.... e perchè?........"
e lei, sempre più intimorita e diffidente, e con gli occhi nerissimi fissi nei miei "Pecchè sò cumpagne meie(sono mie amiche)e allora?..."
Resto impacciato per un attimo quasi meravigliato...mi riprendo quasi subito e chiedo di getto
"Come hai fatto a fartele amiche?..........
"Scè'... ce parl' tutte e ser'(stupido ci parlo tutte le sere).....
"E perchè?"
Ania quasi seccata mi rispose
"Pecchè sò sola io......"
"Sola? ma se siete in tanti qui"
e lei...."Chi, loro.. -indicando il campo-....loro nun me capiscono e io non capisco alloro(a loro)"
Rimasi per un attimo muto,incapace di proseguire la conversazione,e lei
"ChilL' sò surd (quelli sono sordi)"
"Ora capisco,mormorai tra me, Ania si sente sola e non ha altro che quel cielo a farle compagnia". Allora mi feci coraggio e le chiesi
"Spiegati meglio, Ania....,dimmi, raccontami ciò che dici a loro(alle stelle alla luna).............e Ania si aprì,in quella notte di luna piena......mi raccontò con indifferenza che una Guardia cittadina le aveva ordinato di andare a scuola,ma a lei della scuola non importava nulla............"Manc' sacc' scriv' bbuon" (non so scrivere bene)....di suo padre ubriaco..e del suo matrimonio predestinato e del vestito rosso che avrebbe indossato.........
Rimasi scovolto,aveva solo 11 anni, ma ciò che mi scovonlgeva di più era la sua rassegnazione a quel destino ineluttabile.Chiesi in giro ed era vero,Ania era stata promessa in sposa ad un suo cugino,e come usava nel campo,di lì a poco avrebbero fatto matrimonio. Ero rabbioso per questo,ma non potevo far nulla, ma ora capivo quel modo di essere di Ania,e che sfuggiva alla sua realtà rifugiandosi tra le stelle del cielo che le teneva compagnia,raccontando i suoi sogni di donna/bambina,le sue paure,le sensazioni ,le emozioni...........Una sera le chiesi " Ania, ti rispondono" e lei ridendo "Sì......"
"Cosa ti dicono?"
"'à verità............". Aveva un rapporto così stretto con il cielo,che lo esprimeva nella realtà,scrivendo alla luna e alle stelle,nella sua scrittura stentata su quaderni sporchi e sempre umidi,ritagliando ossessivamente stelle e luna, ed era bravissima, per poi porle tra i capelli.
Piansi per lei,lottati anche cercando di deviare il corso di quel destino,che lei accettava con rassegnazione ma senza felicità.Pregai di lasciarla lì tra i ragazzini a scuola,la trascinai a scuola, sognai di vederla disegnare su quaderni nuovi una nuova realtà.
Per mesi l'ho seguita anche solo con lo sguardo..............nulla cambiava e Ania si chiudeva sempre più.
"Dio mi dicevo,che fare........", ma forse è difficile cambiare il percorso di certi destini.
L'ho vista andar via da me e dal quel cielo,in un giorno di marzo,col suo vestito rosso nuovo per l'occasione,mi sorrideva..........nei suoi capelli aveva posto tante stelle e tante lune di carta colorata............
"Sii felice Ania se puoi............"
Qui, nelle mie mani,ho ancora dei ritagli di giornale e dei fogli su cui in maniera stentata scriveva alle stelle e alla luna dei suoi sogni rubati di bambina..........
ANTONIO FONTANA
Josephine rimase colpita da quello strano uomo , un venditore di storie, lei che non aveva mai dato ascolto a nessuna storia, lei che si sentiva spesso emarginata dal contesto in cui viveva, quella sera però qualcosa l'aveva turbata, decise allora di andare ad ascoltare il vecchio Kadir, un anziano Gitano che spesso dopo aver bevuto qualche birra seduto vicino ad un falò cominciava a raccontare una storia , era sempre la stessa ma come la raccontava era sempre affascinante,ed ogni volta la impreziosiva con nuovi particolari, nessuno sapeva quanto di vero c'era, se era tutta sua fantasia o se avesse attinto alle tante storie che i Gitani spesso si tramandano. Josephine non si era mai soffermata ad ascoltarlo ma quella sera volle rimanere a sentire Kadir, inoltre quella era una sera particolare perchè si avvicinava il grande evento, la festa della NERA, una effigie scolpita sul legno che rappresentava una Madonna Nera e che i Zingari in quasi tutti posti del mondo venerano come loro protettrice. La storia e le origini di quella statua hanno un comune denominatore, il giorno in cui viene festeggiata, il 24 maggio, per il resto la storia si somigliava , ma con qualche sfumatura che la contraddistingueva. Josephine prese posto vicino al fuoco e tutti si guardarono meravigliati , Kadir invece guardandola sfoderò uno di quei sorrisi a quattro denti scintillanti, due dei quali erano d'oro ed al chiarore del fuoco emanavano scintille dorate. Cominciò così, dopo aver mandato giù una bottiglietta intera di Birra , la sua storia. "Come tutti sappiamo tra 7 giorni esatti è il 24 maggio e come ogni anno la nostra comunità si riunisce per celebrare la grande festa della SS NERA, la nostra Santa protettrice", e scandite queste parole si fece il segno della croce, e tutti lo imitarono," da tutta la regione vengono i nostri fratelli a festeggiare con canti e balli ma sono sicuro che farà piacere a tutti voi se vi racconto da dove viene la nostra SS NERA e come sia rimasta ancora qui con noi" e tutti in coro "Siiii, dai racconta Kadir" era quasi un rito questo, tutte le volte Kadir iniziava cosi', e tutte le volte il gruppo gli rispondeva così, qualcuno gli porgeva un'altra birra e lui dopo averla doverosamente finita , cominciava la sua storia. Le nostre origini sono spesso discussione accesa tra noi anziani, ma sulle origini della nostra festa c'e quasi un accordo magico.Si narra infatti che all'alba del nostro tempo in terra d'Egitto Sara, una donna egiziana dalla pelle scura e dalle nobili origini , passeggiando lungo la spiaggia, d'un tratto vide verso il largo di un mare in tempesta una piccola barca con a bordo due donne che senza remi, senza vela erano in balia delle onde.Sara senza esitare si tuffò per raggiungerle, ma il mantello in cui era avvolta le impediva i movimenti, allora si tolse il mantello che si trasformò in una imbarcazione, e come per incanto il mare divenne calmo ,un magnifico lago, e così Sara mise in salvo le due donne che erano la sorella della Vergine Maria e la Madre di Giacomo. Dopo quel gesto Sara venne però ripudiata dalla sua gente e scacciata dall'Egitto, allora convertitasi insieme alle due Marie, iniziò ad evangelizzare, ma mentre le due Marie rimasero nel posto, lei girovagò per il mondo unendosi spesso alle carovane di nomadi in ogni posto. La Chiesa Cattolica non la riconobbe mai come Santa ma la sua leggenda si tramanda da bocca in bocca tra il nostro popolo...........
Josephine, dopo aver ascoltato il racconto di Kadir, rimase perplessa,
perchè nonostante l'enfasi nel raccontare , i particolari
interessanti, lei non si sentiva in nessun modo coinvolta, spesso
aveva chiesto a quella che era la sua nuova madre perchè lei avesse la pelle piu' chiara dei suoi fratelli, ma la madre dava sempre risposte evasive. Venne infine
il giorno della grande Festa, la SS Nera venne preparata per la grande cerimonia,quel giorno venivano molte famiglie da tutta la regione, era
ormai un rito irrinunciabile, poichè mischiando il sacro al profano in
quell'occasione si officiavano vari riti sia religiosi che profetici e
scaramantici, qualcuno approfittava per celebrare un matrimonio,
insomma erano 3 giorni di intensa attività. Josephine era comunque
contenta , perchè in quei giorni avrebbe riabbracciato alcuni fratelli
e sorelle che avevano lasciato il campo anni prima, poichè sposati,
avevano creato una nuova comunità di girovaghi.
ANITA LA PORTA
Un raggio di sole solleticò le gote di Josephine. Aprì gli occhi, li socchiuse, li ariaprì per prendere coscienza della realtà.... Si girò dall'altra parte sperando di evitare quella luce... Si coprì gli occhi prima con la mano destra, poi con il braccio, infine si alzò. La giornata era cominciata da un pezzo e il sole stava raggiungendo lo zenit. Josephine avvertì un languore: "E adesso?.... Non c'è niente da mangiare... Esco.... per andare dove?..." si disse. Aprì l'anta del vecchio mobile verde, sperando di trovare qualche avanzo... "Un tozzo di pane...! Per il momento andrà bene..." Cercò con lo sguardo la brocca dell'acqua, la prese, ne versò in una ciotola e vi bagnò il pane. Sedette su una vecchia seggiola dipinta di verde, poggiò la gamba destra sullo sgabello, tirando in su la gonna che, nell'arricciatura, pendette fino a toccare il pavimento, scoprendo il ginocchio. Ricordò il venditopre di storie... sorrise. "Che matto!... Più solo di me... La solitudine è una brutta bestia... nessuno vorrebbe mai sentirsi solo... eppure c'è tanta gente sola!" riflettè. "Però mi piacerebbe rivederlo.... chissà... potrei farmi raccontare il finale della mia storia ! Sarà bravo ad inventarle, non ci metterà molto ad inventarne una per me... Chissà dove sarà..." I suoi pensieri furono interrotti da urla provenienti dalla strada. Riconobbe le grida di Pellegrino. Poggio la ciotola sullo sgabello e uscì fuori. Tre ragazzi stavano tirando sassi contro il grande omone che urlava, disperato, volgendo lo sguardo intorno in cerca di aiuto. "Sei uno zingaro !" gli urlavano "Sei sceeemoooo... " "Scemooooo... scemoooo" lo canzonarono. Josephine urlò contro i giovincelli, pregandoli di lasciarlo stare. "Andate via.... Viaaa... Viaaaa" Uno di essi la guardò, compiaciuto dalla sua immagine e le rivolse una sfida: "Lo lasciamo stare se tu..." e ammiccò al suo corpo. Josephine, senza badargli, corse verso Pellegrino che, rannicchiato contro il muro, si strigeva le gambe con le braccia, lo sguardo perso nel vuoto, mormorava parole sconnesse. "Vieni... vieni dentro casa mia... starai al sicuro." disse, tendendogli la mano. "Sì, sì, vai che la bella ti aiuta a riprenderti!... AH ah ah!" "Smettetela !... Andate via!" . Tentò di aiutare Pellegrino ad alzarsi, ma non voleva saperne. Lo implorò. Poi gli disse: "Tu non lo sai, ma ho una biglia... l'ho trovata lungo il fiume, ieri... Vieni e te la darò..." Pellegrino alzò gli occhi, ancora più gialli, illuminati dai riflessi del sole, la guardò e le sorrise. Si alzò e la seguì. Entrarono in casa. Furono avvolti dal buio in cui la stanza era stata immersa dopo il movimento del sole più a zenit. Pellegrino, lo sguardo impaurito, si guardò intorno, fermandosi dopo aver mosso un paio di passi con i suoi piedi scalzi, sporchi di polvere, gonfi di dolore non già per l'abitudine di non calzare scarpe, quanto più per il dolore della sua solitudine, dell'incomprensione degli altri, per il suo essere zingaro, per la sua solitudine. Josephine lo prese per mano: "Vieni... entra... non aver paura... qui sei al sicuro... Vuoi un pò di acqua?" Non rispose e Josephine si chiese se mai avesse compreso. Gli lasciò la mano, prese la sedia, con un gesto della mano, lo invitò a sedersi. Pellegrino continuava a guardarsi intorno, a ripetere con gli occhi, la scenografia parata davati, partiva da un punto alla sua sinistra e girava gli occhi fino a volgere lo sguardo a destra, abbracciando, con lo sguardo, la stanza che diventava più visibile dopo il primo impatto degli occhi assolati di chi viene da fuori. "Siediti..." gli ripetè. Allora prese la biglia che aveva trovato il giorno prima, gliela mostrò e notò un sogghigno sulla bocca dell'omone. "Prendila... è tua..." gli disse, senza avvicinarsi, sperando che lo facesse lui. Pellegrino guardò la biglia, tornò a riguardare la stanza, sorrise finalmente ! Josephine sentì il cuore gonfio di gioia, gli occhi inumiditi e capì di averlo rassicurato. "Prese la sedia e l'avvicinò alla finestra, quindi prese la mano di Pellegrino che si mosse, lo guidò alla sedia e lo fece sedere. Gli diese la biglia e, come un giocattolo prezioso o solo desiderato, l'uomo la strinse, poi allargò le dita, la guardò e incominciò a ridere di un riso che somigliava più al verso di una iena che a quello di un uomo. Josephine lo guardò, incuriosita dal suo atteggiamento, cercando di capire che cosa potesse pensare. Sedette sullo sgabello, i gomiti poggiati sulle cosce, le mani a sorreggere e ad incorniciare quel volto diafano che ricordava un quadro di Jan Vermeer. Le vennero in mente dei versi che aveva scritto qualche tempo prima...
"Mi sono accovacciata il viso tra le mani le lacrime sgorganti dal desiderio di te la mia solitudine tra papaveri e spighe di grano tra germogli di sole nascente di sere svanite nel buio della mia anima Avrei voluto vincere il pianto Camminare a testa alta Col mio dolore Gridare quello degli altri… Niente… La mia solitudine mi veste di sete trasparenti la mia anima vaga tra mani svuotate di altre solitudini" .
NAZZARENO ORLANDO
Le passarono a quel punto davanti agli occhi delle immagini ormai del tutto sopite, dei volti evanescenti i cui tratti non le erano del tutto ignoti...e ricordò. Ricordò quanto le fosse piaciuto sempre viaggiare ed ancora amava farlo, peraltro cosa naturalissima nella situazione in cui si trovava. Forse perchè era costantemente alla ricerca di sè. Non concepiva l'andar via da un posto all'altro come somma di chilometri ma come inarticolata evoluzione di emozioni.
Di tanto in tanto,però,sentiva il piacevole bisogno di fermarsi. Era sicuramente un'azione necessaria per rimettere in ordine l'anima. Soprattutto sentiva di farlo .....quando il cuore le pulsava in modo strano.Quando la testa sembrava percorsa da un sottilissimo vento di brezza. Quando il cuore le ricordava che,vuoi o non vuoi,il tempo scorre e solo la poesia interiore può fermarlo.
La casa in cui aveva abitato da bambina era vicina al mare. Dal fiume al mare in un liquido abbraccio.
I raggi del sole non sono sempre uguali.Quelli che arrivavano dalla piccola finestra sul porto ,erano splendidi,caldi,coinvolgenti,vivi. Rendevano i colori tutti più intensi.Sembrava quasi che ritmi incalzanti di antiche canzoni dei nonni ,trovassero in quella luce ,la forza di entrare più dentro. Li sentiva arrivare come nenie tribali ed avvolgere tutto e tutti.Lei,all'epoca,manifestava un carattere un po'ribelle . Un tipo strano,era. Guardava per ore gli operai che lavoravano intorno alle barche ferite dal tempo e sognava. Osservava e sognava. Pensava con frequenza di essere stata "prescelta" per avere la possibilità interiore di vedere immagini e ,immediatamente,ascoltare note. Tutto avveniva con serena consapevolezza del momento e la vita le appariva luminosa, intensa e gustosa come.....una granita.Sua nonna ne preparava alcune dai sapori indescrivibili. Al limone,all'arancio,al cedro ,alle erbe.La più buona ,però,era quella che andava a degustare con suo nonno al Bar del porto. Era alle mandorle e il sapore del dolce di pane caldo che inzuppava al suo interno era uno dei ricordi più belli della sua vita. I tavoli erano di ferro battuto nero e le sedie erano ricoperte di cuscini rossi.Tutte erano disposte alla francese,ovvero anzichè in circolo ,rivolte dalla stessa parte:il mare,azzurro,limpido,lucente anche lì ...dove non te lo saresti aspettato.Suo nonno le raccontava di lui e del Socialismo.Lei lo ascoltava in silenzio e leggeva nei suoi occhi l'entusiasmo di chi per davvero aveva creduto in qualcosa. Egli parlava anche della morte. Lo faceva sorridendo ed esorcizzando il momento "ridicolo" in cui avrebbe visto dall'alto tanti piangere intorno alla sua bara.
ANITA LA PORTA
Nel frattempo Pellegrino continuava a girare e rigirare tra le mani grandi e scure, la sua nuova biglia, a rimirarla con occhi incantati ma assenti, astratti dalla realtà, finchè, reclinando il capo, il mento quasi a toccare il petto, si addormentò. La biglia gli cadde, rotolando sul pavimento, andandosi a fermarsi contro il piede anteriore sinistro del letto. Josephine seguì il percorso della biglia, poi ritornò a guardare Pellegrino. "Povero zingaro... tutta la sua felicità è nelle sue biglie... Non parlano, non insultano, non imprecano e puoi volgere lo sguardo seguendo il loro movimento, nella loro strana vitalità... Eppure sono la perfezione... quella perfezione che ognuno vorrebbe.... a tutti piacerebbe essere perfetto, essere ben vestito, curato, amato, tollerato nella sua diversità... Tutti siamo diversi, eppure siamo noi, con la nostra anima, i nostri desideri, i nostri bisogni... tutti siamo come anime sparse in cerca di coccole... E, allora, perchè si soffre?.... Perchè ognuno è diverso in questo mondo?... Siamo tutti uguali, sono gli altri che vogliono vederci diversi per sentirsi più forti... per soffocare le loro solitudini... "
ENNIO
Quel giorno Pellegrino era più inquieto del solito. Sarà stata quell'estate anticipata in una primavera che, per definizione, non era più una mezza stagione;sarà stato l'odore più intenso del solito di rifiuti e accumulati ai bordi dei sentieri, anni accumulati alle proprie spalle ed occasioni perdute ancora prima di vederle, o sarà stato il presentimento dell'arrivo di qualcosa di inatteso, oppure quel malessere che cova senza alcun perché quando ci si sveglia con un senso di nulla intorno. O forse era la somma di tutto questo.Ma lui sentiva che qualcosa stava per succedere;e infatti qualcosa di molto strano in effetti accadde: mentre era intento a lanciare una biglia in cielo, si accorse che quella non tornava più giù. "La aspetterò sino a quando si deciderà a scendere"- sospirò con un fatalismo che solo uno come lui può capire- mentre con lo sguardo sperso, a rischio di perdere la vista, guardava in alto verso il sole, oltre le nuvole, cercando di capire dove diavolo si fosse cacciata la sua biglia. L'orchestrina degli ubriachi perenni intonava intanto "J'ai deux amours, mon Pays et Paris", stonando con fisarmoniche dal fiato avvinazzato note gracchianti come quelle di un grammofono da mercatino dell'usato, e Josephine saltellava a quello strano ritmo che tanti anni fa aveva cantato una sua lontana parente, sfregando i passi sulla terra proprio come una puntina d'acciaio scava lentamente nei dischi il solco ed il rumore del tempo che passa. Come nelle favole dei bambini, cammina cammina, Josephine si avvicinò danzando i suoi passi a Pellegrino che, intento com'era a scrutare il cielo in attesa del ritorno della biglia, non si curò minimamente di salutarla. Lei non ci fece caso, ed anticipò il suo mutismo con queste parole: “ Continui a guardare il cielo, ma dovresti riflettere di più sul nome che porti”, e se ne andò. Pellegrino, intanto, al suono di parole di cui, data la concentrazione ad altri affari, non percepiva se non i significanti, si scosse e si mise a piangere. Non c'era più il cielo, non c'era più Josephine,e soprattutto non c'era più la biglia, cosa che lo turbava oltremodo . E soprattutto non c'era nemmeno più lui: lui non si stava vedendo mentre guardava, come era avvenuto un attimo prima, “se uno non riesce a vedersi”- pensò-”allora vuol dire che non esiste, e se non esiste, ma crede di esistere, è bene che si vada a cercare: magari da qualche parte dovrà pur essere”. Così rifletteva Pellegrino, dopo essersi svegliato, reduce da un sogno così vero che ora non credeva più alla realtà che lo circondava. Decise così di mettersi in viaggio....
SONIA FABBRINO
Pellegrino era sparito. Josephine era turbata, temeva per sorte del povero ragazzotto,che sentiva fratello di sventura. Sapeva però che ciò non avrebbe comportato all'intera comunità alcun problema poichè il distacco, in qualunque modo avvenisse, non comportava nessun tipo di emozione. Del resto era loro tradizione che, se un figlio era intenzionato a sposarsi e quindi a costruire un nucleo familiare, per lui, con la sua nuova famiglia, non ci fosse posto e quindi dovesse andar via. Perciò Pellegrino per questo ed altri motivi non aveva lasciato nessuna scia di rimpianto e sembrAva davvero inghiottito dal nulla. Ma lei no,era turbata e dispiaciuta.
Si mise a camminare verso la sera che avanzava immersa nelle riflessioni silenziose di una mente intenta a pensare.....riflettere.....meditare, con un vento gelido impetuoso che soffiava da nord e le trafiggeva il volto con la sua spada,portando con sè un'aria sottile.....delicata che le purificava l'anima......e la faceva sentire in volo.....E così ci provava a volare in quel cielo che si tingeva sempre più di lingue violacee a tratti minaccioso di nuvoloni che nascondevano tra i pugni la pioggia.
Gli uomini hanno paura della natura quando questa manifesta il pericolo di un possibile disagio e scappano a valle.......nella loro comodità ovattata, nella sicurezza dei loro possessi.....scappano dai prati aridi punteggiati di crochi primo timido segnale di primavera.....scappano dalla neve birichina che si ostina ....e non vuole andare via.....scappano dalla sera che viene...perchè al buio non sono capaci di vedere, ma chi come lei conosceva il linguaggio del silenzio si sentiva gli orecchi rimbombare di quel nulla in cui si cela il tutto....nella magia del sole che dona la sua ultima carezza e poi.....se ne va.....scompare oltre l'orizzonte......e ti lascia.....nei colori del suo tramonto.....Si sentiva emozionata e sentiva l'Essenza, un tutto nell'immensità di un grande progetto,
il progetto di un Dio benevolo....
"Povero e laborioso formicaio,pensava, che ti muovi tra gli specchi,quante immagini riflesse....tutte uguali, perchè ,io mi chiedo,.....perchè i nostri occhi non hanno lo stesso sguardo...perchè le nostre orecchie non hanno lo stesso sentire....perchè non riusciamo a pregare la stessa preghiera.......perchè sacrifichiamo gli esseri più deboli all'inferno ...........Cercando un'impossibile risposta imbastì la sua preghiera della sera e la dedicò al suo amato Pellegrino.
Semplici ombre di felicità
inseguono i tuoi trepidi
piedi e le mani tremule.
Gli occhi vaganti
intuiscono le tese corde
dell’esistenza
E il tuo cuore vacilla
sotto il peso di desideri
inappagati di dinieghi
sempre più pronti.
Ma il tuo cuore sa
–esso soffre-
sa cos’è la bontà.
Un bacio d’amore
segno a noi
d’infinito perdono.
ADRIANA PEDICINI
Quella notte Josephine non riuscì a chiudere occhio, anche per lo strepito degli uomini che tra bevute e suoni di fisarmoniche e violini spandevano nell’aria parole gracchianti e risate scomposte.
Voltandosi e rivoltandosi nella scalcagnata brandina pensava al suo dannato fratello e ad Ania, la sposa adolescente del venditore di storie. Quanto diversi eppure come simili erano i loro destini. Vite minori, senza libertà, senza volontà.
Non che la sua fosse stata migliore. Un padre incline al bere, che comunicava solo a suon di percosse, una madre assente per tre quarti del giorno per lavori che non aveva mai capito bene. Quando al mattino rincasava se ne andava a letto a dormire e lei, piccola e sola, doveva sbrigare ogni cosa in casa, compreso preparare qualcosa da mangiare. Non era zingara di nascita, ma abbandonata a se stessa e, pur con una gran voglia di imparare, se ne stava in istrada e spesso percorreva lunghi tratti alla ricerca di grandi manifesti pubblicitari davanti a cui si fermava estasiata seguendo sulle immagini chissà quali voli di fantasia. E così si esercitava anche a leggere.
Trovava un po’ più di calore nei periodi in cui nelle vicinanze della sua casa si accampava una famiglia di circensi che era solita tornare ogni anno all’inizio dell’estate.
“Siete di passaggio o rimarrete per sempre qui” chiese a Luana con manifesta speranza.
“Non possiamo sostare qui per sempre, dobbiamo seguire il calendario delle feste e recarci lì dove ci chiamano o siamo accolti. Viviamo di questo, del divertimento della gente”.
“Posso stare un po’ con te”, chiese timorosa “Certo, aiutami, devo ripulire le giostre. Questa sera è festa. Ci sarà folla, incominceremo a lavorare presto. Tutto deve essere pronto a puntino.”
Felicissima Josephine si diede a dar di gomito e quando le pulizie furono terminate se ne tornò a casa saltellando di gioia: aveva ricevuto come ricompensa da Luana la foto del fratello. Un ragazzo bello come il sole, snello, di colorito olivastro, occhi neri e fulgidi. La foto lo ritraeva insieme al nonno, che era stato anche lui circense, e a cui rassomigliava molto…stesso sguardo volitivo, stessi occhi penetranti. Se ne innamorò subito. Incominciò a frequentarlo e ben presto si trovò a trascorrere le sere estive con un gruppo di ragazzi più o meno della sua stessa età che vivevano in dimore provvisorie, molto al di là della sua casa. Non sapeva bene chi fossero, poco importava, erano simpatici e soprattutto allegri. Non s’avvide che tra essi c’erano anche giovani zingari, Non sapeva che stessero lì, nel paese, né da quanto tempo, né per quanto ancora. Le piaceva quella compagnia, si divertiva e rideva come non le era capitato mai in vita sua.
“Quanto vorrei essere come loro, quanto vorrei andarmene a vivere con loro” si ripeteva spesso. Alcune volte s’inoltrò fino ai loro accampamenti e rimase a dir poco sbalordita dall’allegria che vi regnava, dal fatto che vivessero tutti insieme, che i bambini per addormentarsi passavano da queste a quelle braccia facilmente, senza pianti o strepiti. Mangiavano insieme, bivaccavano insieme la sera intorno a grandi falò cantando incomprensibili canzoni e danzando freneticamente.
Sempre più spesso insieme a Luana incominciò a frequentare quei luoghi e andava concretizzandosi in lei la volontà di scappare dalla sua casa. Fu proprio dopo le ennesime percosse ricevute dal padre che rincasando, ubriaco come al solito, a sera tarda non l’aveva trovata in casa, che si decise a chiedere per così dire asilo presso quella famiglia di zingari che tanto l’aveva affascinata. Sfuggire ad un padre violento era il massimo della buona sorte per lei e nostalgia della madre non sapeva cosa fosse.
L’ indomani mattina all’alba ci fu la festa di accoglienza con danze delle donne al suono di violino degli uomini. Le note si diffondevano ancora nell’aria brumosa mentre poco a poco la luce diafana s’addensava nei caldi toni del rosso aurorale per poi esplodere in raggi dorati.
Lei al centro, Josephine, che fin ad allora aveva avuto per nome Marta, ricevette insieme alle vesti lunghe a fiorame anche il nuovo nome, Josephine appunto, il nome che era appartenuto a una delle anziane morta in Francia, da cui gli zingari erano dovuti scappare a causa delle superstizioni che circolavano nei loro confronti, preferendo percorrere nel loro girovagare i paesi costieri del Mediterraneo. Con un groppo alla gola la giovane in veloce carrellata di memoria ripensò ai volti dei suoi familiari, non tanto a quelli dei suoi genitori, quanto a quello del vecchio nonno socialista, e si rivide bambina condotta per mano al bar del porto.Ma soprattutto come un chiodo fisso ricordava gli occhi del nonno riempirsi di luce quando pronunciava la parola Socialismo.
Ma ormai era lì, pronta per una nuova vita.
I primi anni passarono in fretta, e l’entusiasmo non venne mai meno. Fino a tal punto era felice. Soprattutto aveva vissuto con piacere i mesi trascorsi in Spagna e spesso con i piedi nell’acqua, in riva al mare, si lasciava cullare dai ricordi del nonno, ancora una volta mentre l’accompagnava al bar del porto. E intanto il celeste del cielo le illuminava l’anima prima che attingesse il riverbero azzurro profondo delle ampie onde marine.
Ma le malattie degli anziani, la lontananza di quelli che andavano via per spostarsi con le loro nuove famiglie in altri posti, finirono col gettarla in preda a un nuovo tipo di solitudine. Ma vedeva che Pellegrino stava peggio di lei, non era di grande aiuto per la comunità e a stento riceveva il minimo di considerazione e di affetto. Forse per questo era andato via e chissà dove, e intanto la consumava come un tarlo il pensiero di lui.
Ma nella sua mente prendeva sempre più forma il timore misto a speranza che prima o poi sarebbe toccato anche a lei.
MARYANNE MAZZELLA
Risorgerò
novella Fenice
dalle mie ceneri
e canterò a voce spiegata
una canzone d’amore
con i ritmi del Tempo.
Mi tufferò nelle acque della vita
nuoterò verso le sorgenti del canto,
dove lieta ride la vite
e il loto.
Ebbre di canto accorreranno
le Sirene e non avrò bisogno di turarmi
le orecchie con la cera
e nell’abbacinato, eterno attimo
sospese al mio canto
danzeranno gioiose su sfolgoranti
specchi oceanici.
Poi…
poi nella sera fuggiranno,
ondeggianti nella brezza i salmastri capelli.
La coda pinnata per timone.
Come una dolce nenia, le sue parole si spandevano nel suo cuore e nelle sue membra donandole nel lento abbandono al sonno un po' dell' agognata quiete. E si addormentò alla fine.
SONIA FABBRINO
Di corsa tutto trafelato, arrivò il venditore di storie per raccontare a Josephine una storia vera , anzi verissima che trepidava ancora di emozioni repentine. Una giovane donna del paese gli aveva riferito di aver avvistato Pellegrino.
“Ho incontrato Peter....(così pensava si chiamasse) il lunedì di Pasqua ,chiedeva l'elemosina davanti all'ingresso delle Grazie...Peter, mah! Forse, chissà....Per tutti era solo un ennesimo uomo senza nome.....unico denominatore comune tra lui e gli altri incontri del cammino. Ma quella volta dagli occhi emanava un'energia misteriosa....avvolgente.....pregna di luce...di serenità......d'amore...
Incontri avvenuti sempre nel silenzioso ed egoistico andare, andare verso ......, per incontrare il proprio destino...un destino fatto di passi ...in un continuo andare ..alla ricerca delle risposte a domande eterne………......
Ma tornando a Peter e al nostro incontro ....posso dire che la cosa che mi colpì di più allora furono i suoi occhi azzurri e poi il suo sorriso...,luce di un volto che sembrava appartenere ad un passato lontano ma amico.....La coperta sua compagna di viaggio, e sopratutto i suoi piedi nudi..
......piedi da pellegrino....”Appunto” soggiunse in silenzio il venditore di storie.Il suo plantare era come una suola ...si capiva che da moltissimo tempo i suoi piedi non conoscevano scarpe.....
Nulla aveva allora e nulla ha ora del barbone,come lo hanno definito i giornali.....
Io lo penso sempre come un pellegrino viaggiatore..Quel giorno mi ha guardato e mi ha teso la mano chiedendomi un'offerta....che io gli ho dato con affetto...perchè così mi è stato insegnato
Mi sono sentita bene...una grande serenità interiore si stava piano piano impossessando di me
e così mi sono ritrovata a ricambiare quel sorriso....La bellezza interiore di quell'uomo era infinita....
Da qui sono partiti i nostri incontri...sempre …e quando lui voleva incontrarmi mi mandava le sue dolci vibrazioni che innescavano in me il famoso effetto calamita del giorni di pasquetta....
All'inizio è stato solo un contatto di occhi,sorrisi....e grazie per l'offerta ....
fino a che un giorno......mi ha parlato...mi parlava in una lingua che non capivo....ho pensato fosse tedesco.....
Continuava a ripetermi sorridendo..... dolcemente
LA GRANDE MONETA......LA GRANDE MONETA.....
e poi.....NON CAPISCO....NON CAPISCO.....
e questo non capire....
annullava in me ogni possibilità di reazione...come se nulla esistesse oltre a noi due.....
in uno stato di quasi ipnosi....
Sono entrata in chiesa.....e ho pregato assieme a Giacomo.
Mi sono detta.....ora esco e gli chiedo in inglese cosa volesse dire... cosa fosse questa
....... GRANDE MONETA.......
ma all'uscita lui aveva il capo chino
stava dormendo...così ho deciso di non svegliarlo...ma,
scesi alcuni scalini, sento la sua voce che richiamando la mia attenzione esclama...
S. JAKOB E' CON NOI !!!!.....
e poi di nuovo ha abbassato il capo e ripreso
il suo sonno.....
beh! inutile dire che ho sentito una cannonata al cuore,una tempesta si è impossessata di me
Chi era quell'uomo...
perchè non avevo paura di lui....
perchè lo pensavo come qualcuno che è sempre stato???
come un passato amico.....
e da qui sono iniziate .....le altre volte
la procedura...... sempre quella....
io le davo la mia offerta,lui mi regalava il suo grazie accompagnato dal suo sorriso...
Un giorno mi ha messo sulla sua coperta un blocco di fogli bianchi.....
come per dirmi scrivi...scrivi.....
chissà.........cosa voleva dirmi....
sono arrivata al punto di pensare di essermelo
inventato io......un frutto della mia fantasia
anche se Elisa ci credeva....ascoltalo....mi ha sempre detto.....cerca il significato delle sue parole dentro di te.....non nella storia....sta parlando alla tua anima....
Per questo ho deciso che la prossima volta che lo avrei incontrato...invece di appoggiare i soldi sulla coperta glieli avrei messi direttamente in mano,volevo percepire il contatto fisico....
essere sicura della sua reale fisicità....e così è stato....
Lui però quel giorno non mi chiedeva nulla...con aria indifferente....sostava appoggiato
alla colonna d'ingresso.....ma io ho insistito è gli ho dato pochi spiccioli,glieli ho messi tra le mani....allora ...guardandomi dal profondo azzurro dei suoi occhi mi ha sorriso....ha preso le monete e mi ha fatto un grande inchino e poi.... GRAZIE !!!!...mi ha detto....
Era autunno.....
e con l'autunno Peter ha cambiato il colore dei suoi occhi...... ora è marrone...
e con l'autunno non mi ha chiesto più la carità ma lui era sempre lì presente con il suo sorriso....
e dopo l'autunno ..... l'inverno....il freddo i suoi piedi nudi......
Lui è sempre lì a Madonna delle Grazie che mi aspetta....
io mi siedo vicino a Giacomo per la mia preghiera
lui passa.... mi guarda e va oltre verso l'altare centrale dove onora la sua fede con un grande inchino
come quello che ha fatto a me....per confermarmi che lui ..è...
non vuole più nulla da me....anche se l'ho visto chiedere la carità
in città.......
A Natale volevo dargli dei soldi....
ma lui mi ha guardato e poi è entrato nella sacrestia
l'ho rincorso....ma era sparito....come per magia……
E così mi ritrovo a pensare molto a questo mio misterioso compagno di viaggio
...... sempre presente in questo mio cammino di fede....
L'ultima volta mi ha turbato molto....
ero seduta in chiesa ...
come sempre mi è passato vicino,mi ha guardato...
con uno sguardo....... diverso dal solito…ho percepito in lui come una specie di devozione
nei miei confronti.....
una forma di inchino che partiva dal di dentro
mi sono molto stupita di ciò....è ho provato un po' d'imbarazzo.....
poi si è avvicinato a due signore impegnate
nella recita meccanica di litanie imparate a memoria...
Ha commentato nella sua lingua qualche cosa
e ha sorriso....come per dire.....
povere anime.....
poi il suo inchino davanti all'altare....ed è andato verso la sacrestia....
quando me ne sono andata....
mi aspettava sulla porta...
vicino all'acqua santiera.....dormiva.....
Evidentemente tra di noi non ci devono essere domande,ma solo pensieri e riflessioni...
per capire.....
ai giornali ha dichiarato che tra due anni ritornerà in India....lì sono i suoi parenti.
qui è solo di passaggio.....è solo una tappa del suo cammino.
Per questo è già stato etichettato con la parola più in uso...al di qua del confine tra chi non capisce..... o forse non vuole capire.....o meglio ancora..... non può capire.....
PAZZIA!!!!
Forse ha avuto paura, si è sentito minacciato e da quel giorno Peter non c'è più…è sparito.
Mi ha lasciato però un grande dono… l'entusiasmo bambino del cammino.....
Anche io voglio avvicinarmi ALLA GRANDE MONETA per conoscere le risposte che non sono sui libri di storia, ma nella semplicità della nostra interiorità.
E’ lì che sta scritto con inchiostro indelebile la storia del nostro cammino...
GLORIA GAETANO
Fu dopo quel triste episodio che Denis si recò davanti alla casa di Josephine. Lei abitava là, in una casa bianca con riquadri azzurri su porte e finestre.. Si sedette su un gradino e aspettò. Le notti sono silenziose vicino al fiume,basta sussurrare nel buio per sentirsi a distanza. Lasciami entrare,la supplicò. Lei chiuse la persiana e spense la luce. La luna stava sorgendo, con un velo rosso di luna quasi estiva.
Denis sentiva uno struggimento, l'acqua sciabordava intorno a lui, e si ricordò quando era bambino e la notte chiamavano le murene dalla falesia: allora gli venne una fantasia, e cominciò a cantare quel canto. Lo cantò piano piano,come un lamento o una supplica,una preghiera forse, con una mano all'orecchio per guidare la voce. Lei non aprì, Denis pensò al suo dolore terribile,tragico,inconsolabile. Non mi voleva. E allora quel sabato non andò, e nemmeno il sabato seguente. E così venne l'autunno, e passò l'inverno e lui cantava. Faceva anche piccoli lavori,perchè a volte certi avventori bevevano troppo e per sorreggerli o cacciarli era necessario un braccio robusto che Denis non possedeva. . E poi ascoltava quello che dicevano gli avventori che fingevano di stare in vacanza, è facile ascoltare le confidenze degli altri quando si è cantante di taverna, e d è anche facile farne.
Successe il dieci di agosto. Per san Lorenzo il cielo è pieno di stelle cadenti; Denis ne contò tredici andando a casa di Josephine. Trovò la porta chiusa e bussò. Poi bussò con più forza, perchè la luce era accesa. Parto domani, le disse,devo andar via di qui, subito. Josephine sorrideva come se lo ringraziasse,e chissà perchè pensò che ricordasse il suo canto.
E se voi, ,viandanti e avventori della taverna vi fermate ancora un po' e la voce non mi s'incrina,-disse Denis-stasera vi canterò una melodia che segnò il destino della mia vita. Non l'ho più cantata da anni e può darsi che la voce non regga. Non so perchè lo faccia, la regalo a quella donna dal collo lungo e alla forza che ha un viso di affiorare in un altro, e questo forse mi ha toccato una corda.
E a te,amico, che vieni qui tutte le sere e si vede che sei avido di storie vere per farne carta ,ti regalo questa storia che hai sentito. Puoi anche mettere il nome di chi te l'ha raccontata, ma non quello con cui mi conoscono in questa bettola,che è un nome per turisti di passaggio.
Ah, su una cosa lei non mi aveva mentito, lo scopersi al processo. Si chiamava davvero Josephine.
GABRIELE PRIGNANO
Erano ormai scorse le prime ore di un piovoso mattino.Improvvisamente, udì un urlo. Forte, straziante. E, subito dopo, una serie di colpi. Josephine si destò di soprassalto e capì che qualcuno aveva sparato e che qualcuno, forse, era stato ammazzato. Le si raggelò il sangue. Ebbe paura anche per lei. Poi le venne in mente Pellegrino. Pensò a lui e lo vide riverso a terra, con gli occhi sbarrati e con le mani strette a difendere fino all’ultimo le sue bilie.
E allora cominciò a correre. Perse i suoi sandali lungo la strada, per precipitarsi lì dove temeva di incontrare per l’ultima volta il suo amico e, per la prima e ultima volta, gridargli su quel viso muto tutto il suo amore e tutta la sua disperazione.
Pioveva. Ma non se ne avvide. Scivolò in una pozzanghera, cadde, ruzzolò e si sbucciò le ginocchia. Ma non avvertì alcun dolore. Pensava al suo Pellegrino, ad un ragazzone innocente, innocuo, buono, massacrato chissà da chi e chissà per quale motivo. A chi mai può far del male un rom tranquillo, dal gran cuore, come quel gran gigante che amava solo le bilie?
Arrivò singhiozzante sul luogo da cui le era parso provenissero gli spari e vide… ciò che non avrebbe mai voluto vedere e ciò che non avrebbe mai voluto che accadesse. Ma accadeva, purtroppo, e anche frequentemente e continuava accadere, nell’indifferenza o, al massimo accompagnato dal finto pianto della gente. Lì, a terra, a pochi metri dalla discarica ricolma di rifiuti e di topi affamati, giaceva il corpo di un piccolo rom.
Josephine, lo conosceva. Si chiamava Mario e l’unico reato di cui lo si poteva accusare consisteva nel fatto che, per procurarsi da mangiare, tendeva la mano ai passanti, suonando - malamente, per la verità - la sua vecchia, malconcia fisarmonica. Perché, perché il mondo è così crudele coi deboli? – si domandò
Avvertì dei forti brividi attraversarle la schiena e capì che c’era dell’altro, oltre la rabbia, l’indignazione, la disperazione. Si toccò la fronte. Scottava. E allora si disse:
“ Anche tu oggi morirai. Insieme a lui! “ E non aveva per niente paura di morire, ora. Pensò alle belle storie del suo vecchio nonno e ricordò quella strana, magica parola: Socialismo! Al nonno brillavano gli occhi quando pronunciava quella parola. Era, forse, quello il miracolo che tutti si attendevano? Un mondo di fratelli, di compagni,di amici? Un mondo, cioè, in cui regnasse la giustizia, il diritto, l’eguaglianza? Ma perché mai un rom non dovrebbe essere uguale agli altri? Perché un nero diverso da un bianco? Perché un bimbo, un uomo, una famiglia, sfuggita alla guerra e alla fame, non dovrebbe essere accolto, sfamato, assistito in paesi “stranieri”? Perché?, perché? Perché? - continuava a chiedersi.
E , frattanto, senza accorgersene, aveva sollevato il bambino, si era messa seduta su un muricciolo, l’aveva stretto, abbracciato, cullato. E gli aveva baciato le guance, la fronte, la bocca. E le era parso di vederlo sorridere, felice. E gli aveva chiesto:
“Stai bene?”
“Si” aveva sentito “Io non muoio, sai? Mai muoio.”
“No?” aveva detto lei, stupita, ma felice, perché era una bella novità “E perché?”
“ Ecco! “ aveva risposto lui “Nemmeno questo sai! E cosa sai, tu? Niente!”
A Josephine dispiaceva di non conoscere il motivo per cui non si muore. Ma non lo sapeva e voleva saperlo, invece, perché era importante conoscere il motivo per cui non avrebbe dovuto più piangere, in futuro, né la morte dei suoi amici né le cattiverie né le ingiurie a danno dei suoi amici. Non voleva più versare lacrime per nessuno, nemmeno per gli sconosciuti. E non voleva nemmeno che si verificassero crudeltà, vigliaccherie, aggressioni e assassini.
E perciò disse:
“Dai! Dimmelo! Ti prego! Ti do un bacio.”
“Non basta! “ fece lui. E lei si accorse che il capo del piccolo Mario non si reggeva, penzolava come quello di un burattino. Ora era appoggiato al suo petto. Pensò che forse il bimbo aveva fame: spesso ai bimbi rom capita di non mangiare e pensò che se avesse avuto del latte, l’avrebbe attaccato al seno, l’avrebbe sfamato e , forse, Mario le avrebbe ancora rivelato il motivo per cui, anche ammazzato…lui era ancora vivo.
Ripetè:
“Dai, ti prego!”
Lui non rispose. Era dispettoso? E allora incalzò:
“Se mi spieghi tutto, dopo, ti giuro che ti aiuto a salire su quell’albero, lo vedi? E lì potrai cogliere tutta la frutta che vuoi!”
Non c’erano alberi nelle vicinanze, ma le parve che Mario gioisse. E, infatti, le disse che avrebbe dovuto saperlo, lei, chei giusti, i deboli, i bimbi e gli innocenti non muoiono mai, nemmeno se ammazzati. Si mettono solo da parte, - disse - e momentaneamente, perché erano già pronti a venir fuori al momento giusto.
Quale?
No, questo Josephine lo sapeva benissimo, glielo aveva insegnato suo nonno. Anche lui non era morto, ma si era solo nascosto, perché sognava il mondo degli uguali e dei giusti. Attendeva il socialismo.
Ora, però, anziché il socialismo, come sognava, come aveva sempre sognato dal momento in cui aveva ascoltato i primi racconti del suo caro nonno….era arrivata la polizia.
Scesero da due auto. Cominciarono a guardarsi attorno, a fare degli strani rilievi. Poi uno di loro si rivolse a Josephine e le disse, con voce ruvida:
“E tu? Che ci fai col morto in braccio?...Lo culli? “
Lei si ribellò. Cominciò a urlare, perché temeva le strappassero il bimbo dalle braccia:
“ Non è mica morto! Non ci credete? E guardatelo, allora! Parla. Sorride. Mi accarezza…Guardatelo, vi prego!”
Il poliziotto le lanciò un’occhiata sprezzante, si voltò e urlò rabbiosamente:
“Brigadiere, ragazzi, venite qua! Mettete le manette a ‘sta matta! Cominciamo a portare dentro lei! “
CONTINUA TU
[Photo] ADRIANA PEDICINI
VITA DA NOMADI
La prima casa da nomade della vita di Josephine non era propriamente una casa situata come tutte le altre in un paesino, né piccolo, né grande che si snodava sulle rive opposte di un fiumiciattolo che venendo giù a rivoli e torrenti s’ingrossava via via, inabissandosi alla fine in un alveo sempre più ampio e profondo per poi lambire con acque giallastre altri paesi. Un ponte di granito bianco collegava i due lati del paese, un ponte stretto e lungo sotto il quale il fiume quasi descriveva un’insenatura dove l’acqua, ritirandosi nell’alveo, lasciava scoperta una riva di sabbia finissima mista a ciottoli levigati dalla corrente impetuosa delle inondazioni invernali. Sul greto, a ridosso del massiccio muro che delimitava ad un livello più alto la strada, come barche capovolte in secca, erano poggiate tende di ogni genere e colore in cui erano accampate alcune famiglie di tzigani, da tutti denominati zingari, con un senso piuttosto dispregiativo da parte dei gagi a causa del loro vagabondare, senso che è poi è rimasto al termine come appellativo di biasimo in senso lato. Essi periodicamente tornavano al paese, in concomitanza con la festa patronale, dopo aver girovagato e sostato di tanto in tanto in diversi altri posti. Vivevano di un proprio lavoro, anche se era dura a morire la convinzione che di notte andassero rubando nelle case. Gli uomini battevano pentole e bacili di rame, le donne si recavano di casa in casa a proporre piccoli oggetto di artigianato, lunghi aghi per materassi o ferri affusolati da maglia in cambio di un bicchiere d’olio o un pezzo di pane o leggevano la mano a qualche passante. Talvolta al mattino c’era chi si lamentava di non trovare più le sue masserizie e puntualmente, a ragione o a torto, s’incolpavano gli zingari. Essi erano per lo più omoni di grande statura, scuri di pelle, capelli lunghi neri. Vestivano con pantaloni di pelle nera e giubboni di cuoio borchiati. Le donne indossavano variopinte gonne lunghe fino alle caviglie snelle e sottili che sembravano nate apposta per danzare balli vertiginosi. I bambini per lo più scalzi come le loro mamme, capelli lunghi e lisci e sempre moccoli al naso. Ma nei loro occhi neri come carboni guizzavano pagliuzze dorate che sprigionavano una grande voglia di vivere che si beffava dei loro vestitini sdruciti e maleodoranti. I più grandi possedevano per natura una bellezza selvaggia, quasi tutta concentrata nei tratti nervosi e asciutti del corpo. Guadavano nudi le acque del fiume mille volte tuffandosi e altrettante volte emergendo come agili delfini e si rincorrevano sulla riva sollevando nugoli opalescenti di sabbia. Godevano di granelli di libertà, così scontata apparentemente a quell’età, in un mondo che comunque li emarginava, anche se non li perseguitava, sorte quest’ultima che era toccata per un motivo ai loro nonni e bisnonni, e sarebbe toccato per altri motivi in tempi successivi ai loro figli e nipoti. Infatti non erano essi ammessi a scuola, apprendevano direttamente dalla vita quello che bisognava sapere, niente amici, se non la loro stessa amicizia. Ma dopotutto erano fortunati. Senza chiesa avevano un credo, senza casa avevano un proprio centro d’affetti. Ed alcuni avevano di sé anche una memoria storica legata , come il più anziano raccontava, al fatto che erano tutti discendenti degli zingari che intorno all'anno 1000 erano stati inviati dal Re dell'India al Re di Persia, che soffriva di male oscuro, per farlo felice con la loro musica e le loro danze. Ma non sempre volentieri gli zingari parlavano delle loro origini, forse per crearsi un certo alone di mistero o semplicemente perchè non ricordavano abbastanza. E si prendevano cura come potevano anche di un loro congiunto malato, Pellegrino, grosso ragazzone di quarant’anni, testa pelata, sempre la stessa giacca ormai troppo lisa, pantaloni larghi e corti in maniera sbilenca alle caviglie. Era quasi sempre solo; già lo era di se stesso , senza alcuna voce che dall’animo gli tenesse compagnia e lo facesse piangere di dolore o di gioia. L’ anziana del gruppo lo accudiva come si può accudire un maiale o una pecora. La sua unica passione erano le biglie di ferro, con cui giocava tutto il giorno. Le lanciava in alto, lasciandosele poi cadere in mano, le faceva scivolare lungo le ginocchia congiunte, le spingeva l’una contro l’altra con la punta delle dita. Le raggruppava casualmente o chissà secondo quali suoi ignoti disegni. Ne aveva di grandi, piccole e qualcuna grandissima quanto una noce. Non era cattivo, era solo gelosissimo delle sue biglie. Talvolta, se ne perdeva una quando si recava nella piazza del paese, piangeva a dirotto singhiozzando fino a inveire contro questo o quello. Era allora che interveniva il maresciallo minacciandolo di “chiuderlo”, e allora Pellegrino se la dava a gambe , barcollando goffamente, fino a ritornare sul greto del fiume dando un gran balzo dal muro dalla parte più bassa. E riprendeva a piangere finché non le buscava con un nerbo di bue sulle spalle. L’ unica a mostrare un represso disagio era proprio Josephine. Il fatto che fosse di modi più educati e che la sua pelle fosse più chiara, i capelli nerissimi e alquanto crespi e trasparisse una paurosa docilità dallo sguardo malinconico probabilmente stavano ad indicare un qualche segreto nella sua condizione di vita che se da una parte potevano suggerire il sospetto di percorsi inaspettati e fortuiti che l’avevano spinta, suo malgrado, in quella situazione, dall’altra esprimevano un rifiuto totale del suo genere di vita o la denuncia silenziosa di qualche tremendo aspetto della sua sorte. Oppure la sua era solo la denuncia di una società sorda ai diritti di una popolazione nomade non solo per tradizione ma anche per il bisogno di procurarsi i mezzi per vivere . [Photo]
GLORIA GAETANO
Immersa nei suoi pensieri, Josephine non s'era accorta di un uomo, che s'era andato a sedere su una panca accanto ai gradini della sua casa. Sembrava un vagabondo, magro, con le scarpe da ginnastica, aveva la barba lunga ed era calvo. I capelli che gli restavano erano lunghi ,scuri, radi e gli arrivavano alle spalle. - La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare sorie-disse lo sconosciuto, seduto di fronte a lei. Lì intorno sembrava non esserci più nessuno, forse si erano allontanati, o radunati altrove. Tutto era immobile come per un incantamento e Josephine guardò il suo interlocutore. Era davvero una notte magnifica, di luna piena, calda e tenera, con qualcosa di sensuale e magico. Nello spiazzale non c'erano più macchine nè persone: tutto era come fermo. -Torneranno più tardi- pensò la donna. - Questa è la luna dei poeti- disse il vagabondo- dei poeti e dei fabulatori, questa è la notte ideale per ascoltare storie, per raccontarle anche. Non vuole ascoltare una storia? -E perchè dovrei ascoltare una storia? -disse Josephine , lievemente attratta dalla possibilità di distrarsi un momento dai suoi pensieri, - Non ne vedo la ragione.. - La ragione è semplice-,rispose lui,- perchè è una notte di luna piena e perchè lei se ne sta qui, tutta sola, a guardare il fiume, la sua anima è solitaria e nostalgica, e una storia potrebbe darle allegria. -Ho avuto una giornata piena di storie, non credo che ne occorrano altre. L'uomo incrociò le gambe, appoggiò il mento sulle mani con aria meditabonda e disse: - Abbiamo sempre bisogno di una storia, anche quando sembra di no. -Ma perchè proprio lei dovrebbe raccontarmi una storia? Non capisco. - Perchè le storie le vendo, io, sono un venditore di storie, è il mio mestiere. Vendo le storie che m'invento da me. -Non capisco. -Senta, -disse lui- sarebbe un racconto troppo lungo, ma non è quello che vorrei narrarle stanotte; in genere non mi piace parlare di me, mi piace parlare dei miei personaggi. -No, no,-protestò Josephine- è la sua storia che mi interessa, mi racconti più cose di sè. - Semplice,- rispose lui- sono uno scrittore fallito, la mia storia è tutta qui. - Non vuole proprio raccontarmi qualcosa di più? - Beh- continuò lui- io sono medico, ho studiato medicina, ma non era la scienza che volevo studiare. Da studente passavo le notti a scrivere racconti, poi mi sono laureato e ho cominciato a esercitare la professione, a lavorare in un consultorio; ma con i miei pazienti mi annoiavo, i loro casi non m'interessavano. Quel che mi piaceva era di restare al mio tavolo a scrivere, perchè io ho un'immaginazione straordinaria alla quale non riesco a mettere freno. E' una cosa che s'impossessa di me e mi obbliga a inventare storie di tutti i tipi, tragiche, allegre, superficiali, intense, comiche, drammatiche. E quando la mia immaginazione si scatena quasi non posso più vivere, mi inquieto, mi stranisco, mi sento male, resto lì a pensare alle mie storie, non c'è posto per nient'altro. Il Venditore di Storie fece una piccola pausa e allungò il braccio verso la luna, in un gesto teatrale, come se volesse acchiappare la faccia tonda della luna.
MARIA DINA SARACENI (PUNTO PROVVISORIO DIINSERIMENTO)
La legge, l'ordine e il rispetto per la vita umana stanno per scomparire. Nel mondo intero sta prendendo il sopravvento la violenza, nemica della vita. La guerra, l'aggressione, la rapina il sequestro, la strage, la violenza ideologica della lotta di classe spingono l'uomo contro l'altro uomo.Vuoi sapere una cosa? In realtà,tutto ciò non interessa a nessuno. I politici non fanno nulla in proposito, si preoccupano solo del loro potere personale, impegnandosi per non perderlo. Il mondo sta cambiando, siamo spinti a cercare il meglio e lo vogliamo senza fare sacrifici per ottenerlo, senza lottare.
ANNAMARIA FULGIONE
Trasse un respiro profondo e la guardò. ”Ecco voglio sfogliare la luna per te e regalarti una storia bella, come bella sei tu. Devi sapere che da piccolo abitavo in una bella città e a pochi passi da casa mia c'era un posto chiamato Fossi per il fatto di essere situato in basso rispetto al normale piano stradale. Lì stanziavano i Rom, cosiddetti nomadi, proprio come te; ero completamente affascinato da loro......appena potevo scappavo e andavo a curiosare quei volti, quegli abiti coloratissimi, quella lingua strana......Oddio ne ho prese di botte da mia madre, ma scappavo lì appena potevo e un giorno ho giurato a me stesso che quando mi sarei liberato di una madre protettiva e borghese sarei scappato con loro......Sono cresciuto, ma non sono più scappato, ma li ho sempre seguiti perché sentivo di amarli finchè un giorno ho deciso di lavorare in un centro dove di rom stanziali o meno ne passano tanti. Li aiutiamo a imparare e a leggere e scrivere.....oddio non è che sia una favola a tinte rosa, la maggior parte di loro non terminano la scuola, non si inseriscono nel tessuto sociale, tanti disertano le lezioni, ma quello che voglio raccontarti è l'ingresso di quattro tesori formato rom....Mauro, Ania, Rosi, Saura o Sara......Hanno dato vita al mio sogno, amarli è stata la cosa più bella che mi sia capitata.......loro non parlavano la mia lingua, ma hanno fatto in fretta ad apprendere, ora parlano u'dialett, sì il dialetto napoletano, sì per loro è la lingua ufficiale.....Quando sono arrivati quel giorno è stata una grande festa, 4anni fa erano piccolissimi, scuri di pelle ma coloratissimi nel modo di fare...ripeto non erano abituati ad andare a scuola,quindi farli rimanere seduti è stata un impresa...infatti non ci siamo riusciti...ancora Mauro rimane attaccato a me come una cozza, la maggior parte del tempo gironzolavano per la stanza......tranne lei, Ania, lei non si relazionava con nessuno, rimaneva immobile senza partecipare e senza proferir parola per l'intero giorno, Mauro invece la prima cosa che ha chiesto maè tu si’ zengaro? no purtroppo Mauro........e che si’? italiano...maè io pure so’ italiano ma so’ pure zingaro e tu?e così comincia il mio lungo dialogo mai finito con Mauro,che continua ancora oggi...maè da dove vieni? maè che scuola hai fatto? e cumm’ è ca nun sai mai niente maè? Con Ania è stato difficile, un mondo impenetrabile il suo, bellissima Ania, aveva capelli nerissimi, 10 anni e un corpo da donna, ma sola...........sono stati i capelli ad avvicinarci, lei guardava fissa i capelli di una giovane e bella collega sempre, le ho chiesto se le piacessero quei capelli? Prima di rispondere li ha toccati......e poi ha disegnato la luna e ha scritto “tu hai capelli di luna” ....ed ecco che ho scoperto Ania....Ania che comunicava scrivendo poesie, che parlavano di luna e di stelle, uniche sue amiche............piccole frasi ma belle per me........”La maestra ha i capelli color luna, ma di giorno non si spengono, brillano”.........oppure “Le stelle dipingono la mia casa di tanti colori e anche i miei capelli, e somiglio alla Maestra” ...Ania ha lasciato la scuola, un destino ineluttabile l'ha voluta sposa a 14 anni.....come è consuetudine e uso nel vostro mondo..........dov' è ora Ania, scriverà ancora poesie, chissà, non è dato saperlo.
Con lo sguardo attonito e una palude nera di dolore in fondo al cuore, volle saperne di più. "Dai, continua, dimmi ancora. E poi...com'è che è andata via...piangeva oppure era felice....tu l'hai vista in abito da sposa...".
"Allora ascolta, per te ancora una pagina di luna e questa è quella scritta da Ania".
Quando,in un pomeriggio d'inizio autunno di quattro anni fa,incontrai nel campo un gruppo di ragazzini nomadi coloratissimi,intenti a ballare una danza tradizionale,fui attratto immediatamente da una di loro......come da una calamita; ne fui attratto per il fatto che era l'unica a ballare guardando fisso il cielo...Le danze continuarono fino all'imbrunire ,e lei lì a ballare guardando il cielo, fino a che non vennero fuori luna e stelle!!!!!!!!!!!A quel punto la bambina andò via appartandosi dal gruppo........i miei occhi non avevano smesso di fissarla per tutto il tempo,e quando lei fece per allontanarsi,per istinto la seguii,tra l'altro aveva uno strano luccichio tra i capelli,non capivo cosa fosse,ma avvicinandomi a lei,notai che aveva tra i capelli fogliettini di carta di giornale colorati,a forma di luna e stelle....e senza indugio le chiesi
"Come ti chiami"
mi rispose "Ania"
Aveva timore,lo sentivo...allora cautamente per rasserenarla le domandai
"Che hai tra i capelli? sono bellissimi.........."
"Nient',teng' a luna e le stelle, nun nè vir(ho stelle e luna non le vedi?)
"Oddio è vero, scusami, non avevo capito.... e perchè?........"
e lei, sempre più intimorita e diffidente, e con gli occhi nerissimi fissi nei miei "Pecchè sò cumpagne meie(sono mie amiche)e allora?..."
Resto impacciato per un attimo quasi meravigliato...mi riprendo quasi subito e chiedo di getto
"Come hai fatto a fartele amiche?..........
"Scè'... ce parl' tutte e ser'(stupido ci parlo tutte le sere).....
"E perchè?"
Ania quasi seccata mi rispose
"Pecchè sò sola io......"
"Sola? ma se siete in tanti qui"
e lei...."Chi, loro.. -indicando il campo-....loro nun me capiscono e io non capisco alloro(a loro)"
Rimasi per un attimo muto,incapace di proseguire la conversazione,e lei
"ChilL' sò surd (quelli sono sordi)"
"Ora capisco,mormorai tra me, Ania si sente sola e non ha altro che quel cielo a farle compagnia". Allora mi feci coraggio e le chiesi
"Spiegati meglio, Ania....,dimmi, raccontami ciò che dici a loro(alle stelle alla luna).............e Ania si aprì,in quella notte di luna piena......mi raccontò con indifferenza che una Guardia cittadina le aveva ordinato di andare a scuola,ma a lei della scuola non importava nulla............"Manc' sacc' scriv' bbuon" (non so scrivere bene)....di suo padre ubriaco..e del suo matrimonio predestinato e del vestito rosso che avrebbe indossato.........
Rimasi scovolto,aveva solo 11 anni, ma ciò che mi scovonlgeva di più era la sua rassegnazione a quel destino ineluttabile.Chiesi in giro ed era vero,Ania era stata promessa in sposa ad un suo cugino,e come usava nel campo,di lì a poco avrebbero fatto matrimonio. Ero rabbioso per questo,ma non potevo far nulla, ma ora capivo quel modo di essere di Ania,e che sfuggiva alla sua realtà rifugiandosi tra le stelle del cielo che le teneva compagnia,raccontando i suoi sogni di donna/bambina,le sue paure,le sensazioni ,le emozioni...........Una sera le chiesi " Ania, ti rispondono" e lei ridendo "Sì......"
"Cosa ti dicono?"
"'à verità............". Aveva un rapporto così stretto con il cielo,che lo esprimeva nella realtà,scrivendo alla luna e alle stelle,nella sua scrittura stentata su quaderni sporchi e sempre umidi,ritagliando ossessivamente stelle e luna, ed era bravissima, per poi porle tra i capelli.
Piansi per lei,lottati anche cercando di deviare il corso di quel destino,che lei accettava con rassegnazione ma senza felicità.Pregai di lasciarla lì tra i ragazzini a scuola,la trascinai a scuola, sognai di vederla disegnare su quaderni nuovi una nuova realtà.
Per mesi l'ho seguita anche solo con lo sguardo..............nulla cambiava e Ania si chiudeva sempre più.
"Dio mi dicevo,che fare........", ma forse è difficile cambiare il percorso di certi destini.
L'ho vista andar via da me e dal quel cielo,in un giorno di marzo,col suo vestito rosso nuovo per l'occasione,mi sorrideva..........nei suoi capelli aveva posto tante stelle e tante lune di carta colorata............
"Sii felice Ania se puoi............"
Qui, nelle mie mani,ho ancora dei ritagli di giornale e dei fogli su cui in maniera stentata scriveva alle stelle e alla luna dei suoi sogni rubati di bambina..........
ANTONIO FONTANA
Josephine rimase colpita da quello strano uomo , un venditore di storie, lei che non aveva mai dato ascolto a nessuna storia, lei che si sentiva spesso emarginata dal contesto in cui viveva, quella sera però qualcosa l'aveva turbata, decise allora di andare ad ascoltare il vecchio Kadir, un anziano Gitano che spesso dopo aver bevuto qualche birra seduto vicino ad un falò cominciava a raccontare una storia , era sempre la stessa ma come la raccontava era sempre affascinante,ed ogni volta la impreziosiva con nuovi particolari, nessuno sapeva quanto di vero c'era, se era tutta sua fantasia o se avesse attinto alle tante storie che i Gitani spesso si tramandano. Josephine non si era mai soffermata ad ascoltarlo ma quella sera volle rimanere a sentire Kadir, inoltre quella era una sera particolare perchè si avvicinava il grande evento, la festa della NERA, una effigie scolpita sul legno che rappresentava una Madonna Nera e che i Zingari in quasi tutti posti del mondo venerano come loro protettrice. La storia e le origini di quella statua hanno un comune denominatore, il giorno in cui viene festeggiata, il 24 maggio, per il resto la storia si somigliava , ma con qualche sfumatura che la contraddistingueva. Josephine prese posto vicino al fuoco e tutti si guardarono meravigliati , Kadir invece guardandola sfoderò uno di quei sorrisi a quattro denti scintillanti, due dei quali erano d'oro ed al chiarore del fuoco emanavano scintille dorate. Cominciò così, dopo aver mandato giù una bottiglietta intera di Birra , la sua storia. "Come tutti sappiamo tra 7 giorni esatti è il 24 maggio e come ogni anno la nostra comunità si riunisce per celebrare la grande festa della SS NERA, la nostra Santa protettrice", e scandite queste parole si fece il segno della croce, e tutti lo imitarono," da tutta la regione vengono i nostri fratelli a festeggiare con canti e balli ma sono sicuro che farà piacere a tutti voi se vi racconto da dove viene la nostra SS NERA e come sia rimasta ancora qui con noi" e tutti in coro "Siiii, dai racconta Kadir" era quasi un rito questo, tutte le volte Kadir iniziava cosi', e tutte le volte il gruppo gli rispondeva così, qualcuno gli porgeva un'altra birra e lui dopo averla doverosamente finita , cominciava la sua storia. Le nostre origini sono spesso discussione accesa tra noi anziani, ma sulle origini della nostra festa c'e quasi un accordo magico.Si narra infatti che all'alba del nostro tempo in terra d'Egitto Sara, una donna egiziana dalla pelle scura e dalle nobili origini , passeggiando lungo la spiaggia, d'un tratto vide verso il largo di un mare in tempesta una piccola barca con a bordo due donne che senza remi, senza vela erano in balia delle onde.Sara senza esitare si tuffò per raggiungerle, ma il mantello in cui era avvolta le impediva i movimenti, allora si tolse il mantello che si trasformò in una imbarcazione, e come per incanto il mare divenne calmo ,un magnifico lago, e così Sara mise in salvo le due donne che erano la sorella della Vergine Maria e la Madre di Giacomo. Dopo quel gesto Sara venne però ripudiata dalla sua gente e scacciata dall'Egitto, allora convertitasi insieme alle due Marie, iniziò ad evangelizzare, ma mentre le due Marie rimasero nel posto, lei girovagò per il mondo unendosi spesso alle carovane di nomadi in ogni posto. La Chiesa Cattolica non la riconobbe mai come Santa ma la sua leggenda si tramanda da bocca in bocca tra il nostro popolo...........
Josephine, dopo aver ascoltato il racconto di Kadir, rimase perplessa,
perchè nonostante l'enfasi nel raccontare , i particolari
interessanti, lei non si sentiva in nessun modo coinvolta, spesso
aveva chiesto a quella che era la sua nuova madre perchè lei avesse la pelle piu' chiara dei suoi fratelli, ma la madre dava sempre risposte evasive. Venne infine
il giorno della grande Festa, la SS Nera venne preparata per la grande cerimonia,quel giorno venivano molte famiglie da tutta la regione, era
ormai un rito irrinunciabile, poichè mischiando il sacro al profano in
quell'occasione si officiavano vari riti sia religiosi che profetici e
scaramantici, qualcuno approfittava per celebrare un matrimonio,
insomma erano 3 giorni di intensa attività. Josephine era comunque
contenta , perchè in quei giorni avrebbe riabbracciato alcuni fratelli
e sorelle che avevano lasciato il campo anni prima, poichè sposati,
avevano creato una nuova comunità di girovaghi.
ANITA LA PORTA
Un raggio di sole solleticò le gote di Josephine. Aprì gli occhi, li socchiuse, li ariaprì per prendere coscienza della realtà.... Si girò dall'altra parte sperando di evitare quella luce... Si coprì gli occhi prima con la mano destra, poi con il braccio, infine si alzò. La giornata era cominciata da un pezzo e il sole stava raggiungendo lo zenit. Josephine avvertì un languore: "E adesso?.... Non c'è niente da mangiare... Esco.... per andare dove?..." si disse. Aprì l'anta del vecchio mobile verde, sperando di trovare qualche avanzo... "Un tozzo di pane...! Per il momento andrà bene..." Cercò con lo sguardo la brocca dell'acqua, la prese, ne versò in una ciotola e vi bagnò il pane. Sedette su una vecchia seggiola dipinta di verde, poggiò la gamba destra sullo sgabello, tirando in su la gonna che, nell'arricciatura, pendette fino a toccare il pavimento, scoprendo il ginocchio. Ricordò il venditopre di storie... sorrise. "Che matto!... Più solo di me... La solitudine è una brutta bestia... nessuno vorrebbe mai sentirsi solo... eppure c'è tanta gente sola!" riflettè. "Però mi piacerebbe rivederlo.... chissà... potrei farmi raccontare il finale della mia storia ! Sarà bravo ad inventarle, non ci metterà molto ad inventarne una per me... Chissà dove sarà..." I suoi pensieri furono interrotti da urla provenienti dalla strada. Riconobbe le grida di Pellegrino. Poggio la ciotola sullo sgabello e uscì fuori. Tre ragazzi stavano tirando sassi contro il grande omone che urlava, disperato, volgendo lo sguardo intorno in cerca di aiuto. "Sei uno zingaro !" gli urlavano "Sei sceeemoooo... " "Scemooooo... scemoooo" lo canzonarono. Josephine urlò contro i giovincelli, pregandoli di lasciarlo stare. "Andate via.... Viaaa... Viaaaa" Uno di essi la guardò, compiaciuto dalla sua immagine e le rivolse una sfida: "Lo lasciamo stare se tu..." e ammiccò al suo corpo. Josephine, senza badargli, corse verso Pellegrino che, rannicchiato contro il muro, si strigeva le gambe con le braccia, lo sguardo perso nel vuoto, mormorava parole sconnesse. "Vieni... vieni dentro casa mia... starai al sicuro." disse, tendendogli la mano. "Sì, sì, vai che la bella ti aiuta a riprenderti!... AH ah ah!" "Smettetela !... Andate via!" . Tentò di aiutare Pellegrino ad alzarsi, ma non voleva saperne. Lo implorò. Poi gli disse: "Tu non lo sai, ma ho una biglia... l'ho trovata lungo il fiume, ieri... Vieni e te la darò..." Pellegrino alzò gli occhi, ancora più gialli, illuminati dai riflessi del sole, la guardò e le sorrise. Si alzò e la seguì. Entrarono in casa. Furono avvolti dal buio in cui la stanza era stata immersa dopo il movimento del sole più a zenit. Pellegrino, lo sguardo impaurito, si guardò intorno, fermandosi dopo aver mosso un paio di passi con i suoi piedi scalzi, sporchi di polvere, gonfi di dolore non già per l'abitudine di non calzare scarpe, quanto più per il dolore della sua solitudine, dell'incomprensione degli altri, per il suo essere zingaro, per la sua solitudine. Josephine lo prese per mano: "Vieni... entra... non aver paura... qui sei al sicuro... Vuoi un pò di acqua?" Non rispose e Josephine si chiese se mai avesse compreso. Gli lasciò la mano, prese la sedia, con un gesto della mano, lo invitò a sedersi. Pellegrino continuava a guardarsi intorno, a ripetere con gli occhi, la scenografia parata davati, partiva da un punto alla sua sinistra e girava gli occhi fino a volgere lo sguardo a destra, abbracciando, con lo sguardo, la stanza che diventava più visibile dopo il primo impatto degli occhi assolati di chi viene da fuori. "Siediti..." gli ripetè. Allora prese la biglia che aveva trovato il giorno prima, gliela mostrò e notò un sogghigno sulla bocca dell'omone. "Prendila... è tua..." gli disse, senza avvicinarsi, sperando che lo facesse lui. Pellegrino guardò la biglia, tornò a riguardare la stanza, sorrise finalmente ! Josephine sentì il cuore gonfio di gioia, gli occhi inumiditi e capì di averlo rassicurato. "Prese la sedia e l'avvicinò alla finestra, quindi prese la mano di Pellegrino che si mosse, lo guidò alla sedia e lo fece sedere. Gli diese la biglia e, come un giocattolo prezioso o solo desiderato, l'uomo la strinse, poi allargò le dita, la guardò e incominciò a ridere di un riso che somigliava più al verso di una iena che a quello di un uomo. Josephine lo guardò, incuriosita dal suo atteggiamento, cercando di capire che cosa potesse pensare. Sedette sullo sgabello, i gomiti poggiati sulle cosce, le mani a sorreggere e ad incorniciare quel volto diafano che ricordava un quadro di Jan Vermeer. Le vennero in mente dei versi che aveva scritto qualche tempo prima...
"Mi sono accovacciata il viso tra le mani le lacrime sgorganti dal desiderio di te la mia solitudine tra papaveri e spighe di grano tra germogli di sole nascente di sere svanite nel buio della mia anima Avrei voluto vincere il pianto Camminare a testa alta Col mio dolore Gridare quello degli altri… Niente… La mia solitudine mi veste di sete trasparenti la mia anima vaga tra mani svuotate di altre solitudini" .
NAZZARENO ORLANDO
Le passarono a quel punto davanti agli occhi delle immagini ormai del tutto sopite, dei volti evanescenti i cui tratti non le erano del tutto ignoti...e ricordò. Ricordò quanto le fosse piaciuto sempre viaggiare ed ancora amava farlo, peraltro cosa naturalissima nella situazione in cui si trovava. Forse perchè era costantemente alla ricerca di sè. Non concepiva l'andar via da un posto all'altro come somma di chilometri ma come inarticolata evoluzione di emozioni.
Di tanto in tanto,però,sentiva il piacevole bisogno di fermarsi. Era sicuramente un'azione necessaria per rimettere in ordine l'anima. Soprattutto sentiva di farlo .....quando il cuore le pulsava in modo strano.Quando la testa sembrava percorsa da un sottilissimo vento di brezza. Quando il cuore le ricordava che,vuoi o non vuoi,il tempo scorre e solo la poesia interiore può fermarlo.
La casa in cui aveva abitato da bambina era vicina al mare. Dal fiume al mare in un liquido abbraccio.
I raggi del sole non sono sempre uguali.Quelli che arrivavano dalla piccola finestra sul porto ,erano splendidi,caldi,coinvolgenti,vivi. Rendevano i colori tutti più intensi.Sembrava quasi che ritmi incalzanti di antiche canzoni dei nonni ,trovassero in quella luce ,la forza di entrare più dentro. Li sentiva arrivare come nenie tribali ed avvolgere tutto e tutti.Lei,all'epoca,manifestava un carattere un po'ribelle . Un tipo strano,era. Guardava per ore gli operai che lavoravano intorno alle barche ferite dal tempo e sognava. Osservava e sognava. Pensava con frequenza di essere stata "prescelta" per avere la possibilità interiore di vedere immagini e ,immediatamente,ascoltare note. Tutto avveniva con serena consapevolezza del momento e la vita le appariva luminosa, intensa e gustosa come.....una granita.Sua nonna ne preparava alcune dai sapori indescrivibili. Al limone,all'arancio,al cedro ,alle erbe.La più buona ,però,era quella che andava a degustare con suo nonno al Bar del porto. Era alle mandorle e il sapore del dolce di pane caldo che inzuppava al suo interno era uno dei ricordi più belli della sua vita. I tavoli erano di ferro battuto nero e le sedie erano ricoperte di cuscini rossi.Tutte erano disposte alla francese,ovvero anzichè in circolo ,rivolte dalla stessa parte:il mare,azzurro,limpido,lucente anche lì ...dove non te lo saresti aspettato.Suo nonno le raccontava di lui e del Socialismo.Lei lo ascoltava in silenzio e leggeva nei suoi occhi l'entusiasmo di chi per davvero aveva creduto in qualcosa. Egli parlava anche della morte. Lo faceva sorridendo ed esorcizzando il momento "ridicolo" in cui avrebbe visto dall'alto tanti piangere intorno alla sua bara.
ANITA LA PORTA
Nel frattempo Pellegrino continuava a girare e rigirare tra le mani grandi e scure, la sua nuova biglia, a rimirarla con occhi incantati ma assenti, astratti dalla realtà, finchè, reclinando il capo, il mento quasi a toccare il petto, si addormentò. La biglia gli cadde, rotolando sul pavimento, andandosi a fermarsi contro il piede anteriore sinistro del letto. Josephine seguì il percorso della biglia, poi ritornò a guardare Pellegrino. "Povero zingaro... tutta la sua felicità è nelle sue biglie... Non parlano, non insultano, non imprecano e puoi volgere lo sguardo seguendo il loro movimento, nella loro strana vitalità... Eppure sono la perfezione... quella perfezione che ognuno vorrebbe.... a tutti piacerebbe essere perfetto, essere ben vestito, curato, amato, tollerato nella sua diversità... Tutti siamo diversi, eppure siamo noi, con la nostra anima, i nostri desideri, i nostri bisogni... tutti siamo come anime sparse in cerca di coccole... E, allora, perchè si soffre?.... Perchè ognuno è diverso in questo mondo?... Siamo tutti uguali, sono gli altri che vogliono vederci diversi per sentirsi più forti... per soffocare le loro solitudini... "
ENNIO
Quel giorno Pellegrino era più inquieto del solito. Sarà stata quell'estate anticipata in una primavera che, per definizione, non era più una mezza stagione;sarà stato l'odore più intenso del solito di rifiuti e accumulati ai bordi dei sentieri, anni accumulati alle proprie spalle ed occasioni perdute ancora prima di vederle, o sarà stato il presentimento dell'arrivo di qualcosa di inatteso, oppure quel malessere che cova senza alcun perché quando ci si sveglia con un senso di nulla intorno. O forse era la somma di tutto questo.Ma lui sentiva che qualcosa stava per succedere;e infatti qualcosa di molto strano in effetti accadde: mentre era intento a lanciare una biglia in cielo, si accorse che quella non tornava più giù. "La aspetterò sino a quando si deciderà a scendere"- sospirò con un fatalismo che solo uno come lui può capire- mentre con lo sguardo sperso, a rischio di perdere la vista, guardava in alto verso il sole, oltre le nuvole, cercando di capire dove diavolo si fosse cacciata la sua biglia. L'orchestrina degli ubriachi perenni intonava intanto "J'ai deux amours, mon Pays et Paris", stonando con fisarmoniche dal fiato avvinazzato note gracchianti come quelle di un grammofono da mercatino dell'usato, e Josephine saltellava a quello strano ritmo che tanti anni fa aveva cantato una sua lontana parente, sfregando i passi sulla terra proprio come una puntina d'acciaio scava lentamente nei dischi il solco ed il rumore del tempo che passa. Come nelle favole dei bambini, cammina cammina, Josephine si avvicinò danzando i suoi passi a Pellegrino che, intento com'era a scrutare il cielo in attesa del ritorno della biglia, non si curò minimamente di salutarla. Lei non ci fece caso, ed anticipò il suo mutismo con queste parole: “ Continui a guardare il cielo, ma dovresti riflettere di più sul nome che porti”, e se ne andò. Pellegrino, intanto, al suono di parole di cui, data la concentrazione ad altri affari, non percepiva se non i significanti, si scosse e si mise a piangere. Non c'era più il cielo, non c'era più Josephine,e soprattutto non c'era più la biglia, cosa che lo turbava oltremodo . E soprattutto non c'era nemmeno più lui: lui non si stava vedendo mentre guardava, come era avvenuto un attimo prima, “se uno non riesce a vedersi”- pensò-”allora vuol dire che non esiste, e se non esiste, ma crede di esistere, è bene che si vada a cercare: magari da qualche parte dovrà pur essere”. Così rifletteva Pellegrino, dopo essersi svegliato, reduce da un sogno così vero che ora non credeva più alla realtà che lo circondava. Decise così di mettersi in viaggio....
SONIA FABBRINO
Pellegrino era sparito. Josephine era turbata, temeva per sorte del povero ragazzotto,che sentiva fratello di sventura. Sapeva però che ciò non avrebbe comportato all'intera comunità alcun problema poichè il distacco, in qualunque modo avvenisse, non comportava nessun tipo di emozione. Del resto era loro tradizione che, se un figlio era intenzionato a sposarsi e quindi a costruire un nucleo familiare, per lui, con la sua nuova famiglia, non ci fosse posto e quindi dovesse andar via. Perciò Pellegrino per questo ed altri motivi non aveva lasciato nessuna scia di rimpianto e sembrAva davvero inghiottito dal nulla. Ma lei no,era turbata e dispiaciuta.
Si mise a camminare verso la sera che avanzava immersa nelle riflessioni silenziose di una mente intenta a pensare.....riflettere.....meditare, con un vento gelido impetuoso che soffiava da nord e le trafiggeva il volto con la sua spada,portando con sè un'aria sottile.....delicata che le purificava l'anima......e la faceva sentire in volo.....E così ci provava a volare in quel cielo che si tingeva sempre più di lingue violacee a tratti minaccioso di nuvoloni che nascondevano tra i pugni la pioggia.
Gli uomini hanno paura della natura quando questa manifesta il pericolo di un possibile disagio e scappano a valle.......nella loro comodità ovattata, nella sicurezza dei loro possessi.....scappano dai prati aridi punteggiati di crochi primo timido segnale di primavera.....scappano dalla neve birichina che si ostina ....e non vuole andare via.....scappano dalla sera che viene...perchè al buio non sono capaci di vedere, ma chi come lei conosceva il linguaggio del silenzio si sentiva gli orecchi rimbombare di quel nulla in cui si cela il tutto....nella magia del sole che dona la sua ultima carezza e poi.....se ne va.....scompare oltre l'orizzonte......e ti lascia.....nei colori del suo tramonto.....Si sentiva emozionata e sentiva l'Essenza, un tutto nell'immensità di un grande progetto,
il progetto di un Dio benevolo....
"Povero e laborioso formicaio,pensava, che ti muovi tra gli specchi,quante immagini riflesse....tutte uguali, perchè ,io mi chiedo,.....perchè i nostri occhi non hanno lo stesso sguardo...perchè le nostre orecchie non hanno lo stesso sentire....perchè non riusciamo a pregare la stessa preghiera.......perchè sacrifichiamo gli esseri più deboli all'inferno ...........Cercando un'impossibile risposta imbastì la sua preghiera della sera e la dedicò al suo amato Pellegrino.
Semplici ombre di felicità
inseguono i tuoi trepidi
piedi e le mani tremule.
Gli occhi vaganti
intuiscono le tese corde
dell’esistenza
E il tuo cuore vacilla
sotto il peso di desideri
inappagati di dinieghi
sempre più pronti.
Ma il tuo cuore sa
–esso soffre-
sa cos’è la bontà.
Un bacio d’amore
segno a noi
d’infinito perdono.
ADRIANA PEDICINI
Quella notte Josephine non riuscì a chiudere occhio, anche per lo strepito degli uomini che tra bevute e suoni di fisarmoniche e violini spandevano nell’aria parole gracchianti e risate scomposte.
Voltandosi e rivoltandosi nella scalcagnata brandina pensava al suo dannato fratello e ad Ania, la sposa adolescente del venditore di storie. Quanto diversi eppure come simili erano i loro destini. Vite minori, senza libertà, senza volontà.
Non che la sua fosse stata migliore. Un padre incline al bere, che comunicava solo a suon di percosse, una madre assente per tre quarti del giorno per lavori che non aveva mai capito bene. Quando al mattino rincasava se ne andava a letto a dormire e lei, piccola e sola, doveva sbrigare ogni cosa in casa, compreso preparare qualcosa da mangiare. Non era zingara di nascita, ma abbandonata a se stessa e, pur con una gran voglia di imparare, se ne stava in istrada e spesso percorreva lunghi tratti alla ricerca di grandi manifesti pubblicitari davanti a cui si fermava estasiata seguendo sulle immagini chissà quali voli di fantasia. E così si esercitava anche a leggere.
Trovava un po’ più di calore nei periodi in cui nelle vicinanze della sua casa si accampava una famiglia di circensi che era solita tornare ogni anno all’inizio dell’estate.
“Siete di passaggio o rimarrete per sempre qui” chiese a Luana con manifesta speranza.
“Non possiamo sostare qui per sempre, dobbiamo seguire il calendario delle feste e recarci lì dove ci chiamano o siamo accolti. Viviamo di questo, del divertimento della gente”.
“Posso stare un po’ con te”, chiese timorosa “Certo, aiutami, devo ripulire le giostre. Questa sera è festa. Ci sarà folla, incominceremo a lavorare presto. Tutto deve essere pronto a puntino.”
Felicissima Josephine si diede a dar di gomito e quando le pulizie furono terminate se ne tornò a casa saltellando di gioia: aveva ricevuto come ricompensa da Luana la foto del fratello. Un ragazzo bello come il sole, snello, di colorito olivastro, occhi neri e fulgidi. La foto lo ritraeva insieme al nonno, che era stato anche lui circense, e a cui rassomigliava molto…stesso sguardo volitivo, stessi occhi penetranti. Se ne innamorò subito. Incominciò a frequentarlo e ben presto si trovò a trascorrere le sere estive con un gruppo di ragazzi più o meno della sua stessa età che vivevano in dimore provvisorie, molto al di là della sua casa. Non sapeva bene chi fossero, poco importava, erano simpatici e soprattutto allegri. Non s’avvide che tra essi c’erano anche giovani zingari, Non sapeva che stessero lì, nel paese, né da quanto tempo, né per quanto ancora. Le piaceva quella compagnia, si divertiva e rideva come non le era capitato mai in vita sua.
“Quanto vorrei essere come loro, quanto vorrei andarmene a vivere con loro” si ripeteva spesso. Alcune volte s’inoltrò fino ai loro accampamenti e rimase a dir poco sbalordita dall’allegria che vi regnava, dal fatto che vivessero tutti insieme, che i bambini per addormentarsi passavano da queste a quelle braccia facilmente, senza pianti o strepiti. Mangiavano insieme, bivaccavano insieme la sera intorno a grandi falò cantando incomprensibili canzoni e danzando freneticamente.
Sempre più spesso insieme a Luana incominciò a frequentare quei luoghi e andava concretizzandosi in lei la volontà di scappare dalla sua casa. Fu proprio dopo le ennesime percosse ricevute dal padre che rincasando, ubriaco come al solito, a sera tarda non l’aveva trovata in casa, che si decise a chiedere per così dire asilo presso quella famiglia di zingari che tanto l’aveva affascinata. Sfuggire ad un padre violento era il massimo della buona sorte per lei e nostalgia della madre non sapeva cosa fosse.
L’ indomani mattina all’alba ci fu la festa di accoglienza con danze delle donne al suono di violino degli uomini. Le note si diffondevano ancora nell’aria brumosa mentre poco a poco la luce diafana s’addensava nei caldi toni del rosso aurorale per poi esplodere in raggi dorati.
Lei al centro, Josephine, che fin ad allora aveva avuto per nome Marta, ricevette insieme alle vesti lunghe a fiorame anche il nuovo nome, Josephine appunto, il nome che era appartenuto a una delle anziane morta in Francia, da cui gli zingari erano dovuti scappare a causa delle superstizioni che circolavano nei loro confronti, preferendo percorrere nel loro girovagare i paesi costieri del Mediterraneo. Con un groppo alla gola la giovane in veloce carrellata di memoria ripensò ai volti dei suoi familiari, non tanto a quelli dei suoi genitori, quanto a quello del vecchio nonno socialista, e si rivide bambina condotta per mano al bar del porto.Ma soprattutto come un chiodo fisso ricordava gli occhi del nonno riempirsi di luce quando pronunciava la parola Socialismo.
Ma ormai era lì, pronta per una nuova vita.
I primi anni passarono in fretta, e l’entusiasmo non venne mai meno. Fino a tal punto era felice. Soprattutto aveva vissuto con piacere i mesi trascorsi in Spagna e spesso con i piedi nell’acqua, in riva al mare, si lasciava cullare dai ricordi del nonno, ancora una volta mentre l’accompagnava al bar del porto. E intanto il celeste del cielo le illuminava l’anima prima che attingesse il riverbero azzurro profondo delle ampie onde marine.
Ma le malattie degli anziani, la lontananza di quelli che andavano via per spostarsi con le loro nuove famiglie in altri posti, finirono col gettarla in preda a un nuovo tipo di solitudine. Ma vedeva che Pellegrino stava peggio di lei, non era di grande aiuto per la comunità e a stento riceveva il minimo di considerazione e di affetto. Forse per questo era andato via e chissà dove, e intanto la consumava come un tarlo il pensiero di lui.
Ma nella sua mente prendeva sempre più forma il timore misto a speranza che prima o poi sarebbe toccato anche a lei.
MARYANNE MAZZELLA
Risorgerò
novella Fenice
dalle mie ceneri
e canterò a voce spiegata
una canzone d’amore
con i ritmi del Tempo.
Mi tufferò nelle acque della vita
nuoterò verso le sorgenti del canto,
dove lieta ride la vite
e il loto.
Ebbre di canto accorreranno
le Sirene e non avrò bisogno di turarmi
le orecchie con la cera
e nell’abbacinato, eterno attimo
sospese al mio canto
danzeranno gioiose su sfolgoranti
specchi oceanici.
Poi…
poi nella sera fuggiranno,
ondeggianti nella brezza i salmastri capelli.
La coda pinnata per timone.
Come una dolce nenia, le sue parole si spandevano nel suo cuore e nelle sue membra donandole nel lento abbandono al sonno un po' dell' agognata quiete. E si addormentò alla fine.
SONIA FABBRINO
Di corsa tutto trafelato, arrivò il venditore di storie per raccontare a Josephine una storia vera , anzi verissima che trepidava ancora di emozioni repentine. Una giovane donna del paese gli aveva riferito di aver avvistato Pellegrino.
“Ho incontrato Peter....(così pensava si chiamasse) il lunedì di Pasqua ,chiedeva l'elemosina davanti all'ingresso delle Grazie...Peter, mah! Forse, chissà....Per tutti era solo un ennesimo uomo senza nome.....unico denominatore comune tra lui e gli altri incontri del cammino. Ma quella volta dagli occhi emanava un'energia misteriosa....avvolgente.....pregna di luce...di serenità......d'amore...
Incontri avvenuti sempre nel silenzioso ed egoistico andare, andare verso ......, per incontrare il proprio destino...un destino fatto di passi ...in un continuo andare ..alla ricerca delle risposte a domande eterne………......
Ma tornando a Peter e al nostro incontro ....posso dire che la cosa che mi colpì di più allora furono i suoi occhi azzurri e poi il suo sorriso...,luce di un volto che sembrava appartenere ad un passato lontano ma amico.....La coperta sua compagna di viaggio, e sopratutto i suoi piedi nudi..
......piedi da pellegrino....”Appunto” soggiunse in silenzio il venditore di storie.Il suo plantare era come una suola ...si capiva che da moltissimo tempo i suoi piedi non conoscevano scarpe.....
Nulla aveva allora e nulla ha ora del barbone,come lo hanno definito i giornali.....
Io lo penso sempre come un pellegrino viaggiatore..Quel giorno mi ha guardato e mi ha teso la mano chiedendomi un'offerta....che io gli ho dato con affetto...perchè così mi è stato insegnato
Mi sono sentita bene...una grande serenità interiore si stava piano piano impossessando di me
e così mi sono ritrovata a ricambiare quel sorriso....La bellezza interiore di quell'uomo era infinita....
Da qui sono partiti i nostri incontri...sempre …e quando lui voleva incontrarmi mi mandava le sue dolci vibrazioni che innescavano in me il famoso effetto calamita del giorni di pasquetta....
All'inizio è stato solo un contatto di occhi,sorrisi....e grazie per l'offerta ....
fino a che un giorno......mi ha parlato...mi parlava in una lingua che non capivo....ho pensato fosse tedesco.....
Continuava a ripetermi sorridendo..... dolcemente
LA GRANDE MONETA......LA GRANDE MONETA.....
e poi.....NON CAPISCO....NON CAPISCO.....
e questo non capire....
annullava in me ogni possibilità di reazione...come se nulla esistesse oltre a noi due.....
in uno stato di quasi ipnosi....
Sono entrata in chiesa.....e ho pregato assieme a Giacomo.
Mi sono detta.....ora esco e gli chiedo in inglese cosa volesse dire... cosa fosse questa
....... GRANDE MONETA.......
ma all'uscita lui aveva il capo chino
stava dormendo...così ho deciso di non svegliarlo...ma,
scesi alcuni scalini, sento la sua voce che richiamando la mia attenzione esclama...
S. JAKOB E' CON NOI !!!!.....
e poi di nuovo ha abbassato il capo e ripreso
il suo sonno.....
beh! inutile dire che ho sentito una cannonata al cuore,una tempesta si è impossessata di me
Chi era quell'uomo...
perchè non avevo paura di lui....
perchè lo pensavo come qualcuno che è sempre stato???
come un passato amico.....
e da qui sono iniziate .....le altre volte
la procedura...... sempre quella....
io le davo la mia offerta,lui mi regalava il suo grazie accompagnato dal suo sorriso...
Un giorno mi ha messo sulla sua coperta un blocco di fogli bianchi.....
come per dirmi scrivi...scrivi.....
chissà.........cosa voleva dirmi....
sono arrivata al punto di pensare di essermelo
inventato io......un frutto della mia fantasia
anche se Elisa ci credeva....ascoltalo....mi ha sempre detto.....cerca il significato delle sue parole dentro di te.....non nella storia....sta parlando alla tua anima....
Per questo ho deciso che la prossima volta che lo avrei incontrato...invece di appoggiare i soldi sulla coperta glieli avrei messi direttamente in mano,volevo percepire il contatto fisico....
essere sicura della sua reale fisicità....e così è stato....
Lui però quel giorno non mi chiedeva nulla...con aria indifferente....sostava appoggiato
alla colonna d'ingresso.....ma io ho insistito è gli ho dato pochi spiccioli,glieli ho messi tra le mani....allora ...guardandomi dal profondo azzurro dei suoi occhi mi ha sorriso....ha preso le monete e mi ha fatto un grande inchino e poi.... GRAZIE !!!!...mi ha detto....
Era autunno.....
e con l'autunno Peter ha cambiato il colore dei suoi occhi...... ora è marrone...
e con l'autunno non mi ha chiesto più la carità ma lui era sempre lì presente con il suo sorriso....
e dopo l'autunno ..... l'inverno....il freddo i suoi piedi nudi......
Lui è sempre lì a Madonna delle Grazie che mi aspetta....
io mi siedo vicino a Giacomo per la mia preghiera
lui passa.... mi guarda e va oltre verso l'altare centrale dove onora la sua fede con un grande inchino
come quello che ha fatto a me....per confermarmi che lui ..è...
non vuole più nulla da me....anche se l'ho visto chiedere la carità
in città.......
A Natale volevo dargli dei soldi....
ma lui mi ha guardato e poi è entrato nella sacrestia
l'ho rincorso....ma era sparito....come per magia……
E così mi ritrovo a pensare molto a questo mio misterioso compagno di viaggio
...... sempre presente in questo mio cammino di fede....
L'ultima volta mi ha turbato molto....
ero seduta in chiesa ...
come sempre mi è passato vicino,mi ha guardato...
con uno sguardo....... diverso dal solito…ho percepito in lui come una specie di devozione
nei miei confronti.....
una forma di inchino che partiva dal di dentro
mi sono molto stupita di ciò....è ho provato un po' d'imbarazzo.....
poi si è avvicinato a due signore impegnate
nella recita meccanica di litanie imparate a memoria...
Ha commentato nella sua lingua qualche cosa
e ha sorriso....come per dire.....
povere anime.....
poi il suo inchino davanti all'altare....ed è andato verso la sacrestia....
quando me ne sono andata....
mi aspettava sulla porta...
vicino all'acqua santiera.....dormiva.....
Evidentemente tra di noi non ci devono essere domande,ma solo pensieri e riflessioni...
per capire.....
ai giornali ha dichiarato che tra due anni ritornerà in India....lì sono i suoi parenti.
qui è solo di passaggio.....è solo una tappa del suo cammino.
Per questo è già stato etichettato con la parola più in uso...al di qua del confine tra chi non capisce..... o forse non vuole capire.....o meglio ancora..... non può capire.....
PAZZIA!!!!
Forse ha avuto paura, si è sentito minacciato e da quel giorno Peter non c'è più…è sparito.
Mi ha lasciato però un grande dono… l'entusiasmo bambino del cammino.....
Anche io voglio avvicinarmi ALLA GRANDE MONETA per conoscere le risposte che non sono sui libri di storia, ma nella semplicità della nostra interiorità.
E’ lì che sta scritto con inchiostro indelebile la storia del nostro cammino...
GLORIA GAETANO
Fu dopo quel triste episodio che Denis si recò davanti alla casa di Josephine. Lei abitava là, in una casa bianca con riquadri azzurri su porte e finestre.. Si sedette su un gradino e aspettò. Le notti sono silenziose vicino al fiume,basta sussurrare nel buio per sentirsi a distanza. Lasciami entrare,la supplicò. Lei chiuse la persiana e spense la luce. La luna stava sorgendo, con un velo rosso di luna quasi estiva.
Denis sentiva uno struggimento, l'acqua sciabordava intorno a lui, e si ricordò quando era bambino e la notte chiamavano le murene dalla falesia: allora gli venne una fantasia, e cominciò a cantare quel canto. Lo cantò piano piano,come un lamento o una supplica,una preghiera forse, con una mano all'orecchio per guidare la voce. Lei non aprì, Denis pensò al suo dolore terribile,tragico,inconsolabile. Non mi voleva. E allora quel sabato non andò, e nemmeno il sabato seguente. E così venne l'autunno, e passò l'inverno e lui cantava. Faceva anche piccoli lavori,perchè a volte certi avventori bevevano troppo e per sorreggerli o cacciarli era necessario un braccio robusto che Denis non possedeva. . E poi ascoltava quello che dicevano gli avventori che fingevano di stare in vacanza, è facile ascoltare le confidenze degli altri quando si è cantante di taverna, e d è anche facile farne.
Successe il dieci di agosto. Per san Lorenzo il cielo è pieno di stelle cadenti; Denis ne contò tredici andando a casa di Josephine. Trovò la porta chiusa e bussò. Poi bussò con più forza, perchè la luce era accesa. Parto domani, le disse,devo andar via di qui, subito. Josephine sorrideva come se lo ringraziasse,e chissà perchè pensò che ricordasse il suo canto.
E se voi, ,viandanti e avventori della taverna vi fermate ancora un po' e la voce non mi s'incrina,-disse Denis-stasera vi canterò una melodia che segnò il destino della mia vita. Non l'ho più cantata da anni e può darsi che la voce non regga. Non so perchè lo faccia, la regalo a quella donna dal collo lungo e alla forza che ha un viso di affiorare in un altro, e questo forse mi ha toccato una corda.
E a te,amico, che vieni qui tutte le sere e si vede che sei avido di storie vere per farne carta ,ti regalo questa storia che hai sentito. Puoi anche mettere il nome di chi te l'ha raccontata, ma non quello con cui mi conoscono in questa bettola,che è un nome per turisti di passaggio.
Ah, su una cosa lei non mi aveva mentito, lo scopersi al processo. Si chiamava davvero Josephine.
GABRIELE PRIGNANO
Erano ormai scorse le prime ore di un piovoso mattino.Improvvisamente, udì un urlo. Forte, straziante. E, subito dopo, una serie di colpi. Josephine si destò di soprassalto e capì che qualcuno aveva sparato e che qualcuno, forse, era stato ammazzato. Le si raggelò il sangue. Ebbe paura anche per lei. Poi le venne in mente Pellegrino. Pensò a lui e lo vide riverso a terra, con gli occhi sbarrati e con le mani strette a difendere fino all’ultimo le sue bilie.
E allora cominciò a correre. Perse i suoi sandali lungo la strada, per precipitarsi lì dove temeva di incontrare per l’ultima volta il suo amico e, per la prima e ultima volta, gridargli su quel viso muto tutto il suo amore e tutta la sua disperazione.
Pioveva. Ma non se ne avvide. Scivolò in una pozzanghera, cadde, ruzzolò e si sbucciò le ginocchia. Ma non avvertì alcun dolore. Pensava al suo Pellegrino, ad un ragazzone innocente, innocuo, buono, massacrato chissà da chi e chissà per quale motivo. A chi mai può far del male un rom tranquillo, dal gran cuore, come quel gran gigante che amava solo le bilie?
Arrivò singhiozzante sul luogo da cui le era parso provenissero gli spari e vide… ciò che non avrebbe mai voluto vedere e ciò che non avrebbe mai voluto che accadesse. Ma accadeva, purtroppo, e anche frequentemente e continuava accadere, nell’indifferenza o, al massimo accompagnato dal finto pianto della gente. Lì, a terra, a pochi metri dalla discarica ricolma di rifiuti e di topi affamati, giaceva il corpo di un piccolo rom.
Josephine, lo conosceva. Si chiamava Mario e l’unico reato di cui lo si poteva accusare consisteva nel fatto che, per procurarsi da mangiare, tendeva la mano ai passanti, suonando - malamente, per la verità - la sua vecchia, malconcia fisarmonica. Perché, perché il mondo è così crudele coi deboli? – si domandò
Avvertì dei forti brividi attraversarle la schiena e capì che c’era dell’altro, oltre la rabbia, l’indignazione, la disperazione. Si toccò la fronte. Scottava. E allora si disse:
“ Anche tu oggi morirai. Insieme a lui! “ E non aveva per niente paura di morire, ora. Pensò alle belle storie del suo vecchio nonno e ricordò quella strana, magica parola: Socialismo! Al nonno brillavano gli occhi quando pronunciava quella parola. Era, forse, quello il miracolo che tutti si attendevano? Un mondo di fratelli, di compagni,di amici? Un mondo, cioè, in cui regnasse la giustizia, il diritto, l’eguaglianza? Ma perché mai un rom non dovrebbe essere uguale agli altri? Perché un nero diverso da un bianco? Perché un bimbo, un uomo, una famiglia, sfuggita alla guerra e alla fame, non dovrebbe essere accolto, sfamato, assistito in paesi “stranieri”? Perché?, perché? Perché? - continuava a chiedersi.
E , frattanto, senza accorgersene, aveva sollevato il bambino, si era messa seduta su un muricciolo, l’aveva stretto, abbracciato, cullato. E gli aveva baciato le guance, la fronte, la bocca. E le era parso di vederlo sorridere, felice. E gli aveva chiesto:
“Stai bene?”
“Si” aveva sentito “Io non muoio, sai? Mai muoio.”
“No?” aveva detto lei, stupita, ma felice, perché era una bella novità “E perché?”
“ Ecco! “ aveva risposto lui “Nemmeno questo sai! E cosa sai, tu? Niente!”
A Josephine dispiaceva di non conoscere il motivo per cui non si muore. Ma non lo sapeva e voleva saperlo, invece, perché era importante conoscere il motivo per cui non avrebbe dovuto più piangere, in futuro, né la morte dei suoi amici né le cattiverie né le ingiurie a danno dei suoi amici. Non voleva più versare lacrime per nessuno, nemmeno per gli sconosciuti. E non voleva nemmeno che si verificassero crudeltà, vigliaccherie, aggressioni e assassini.
E perciò disse:
“Dai! Dimmelo! Ti prego! Ti do un bacio.”
“Non basta! “ fece lui. E lei si accorse che il capo del piccolo Mario non si reggeva, penzolava come quello di un burattino. Ora era appoggiato al suo petto. Pensò che forse il bimbo aveva fame: spesso ai bimbi rom capita di non mangiare e pensò che se avesse avuto del latte, l’avrebbe attaccato al seno, l’avrebbe sfamato e , forse, Mario le avrebbe ancora rivelato il motivo per cui, anche ammazzato…lui era ancora vivo.
Ripetè:
“Dai, ti prego!”
Lui non rispose. Era dispettoso? E allora incalzò:
“Se mi spieghi tutto, dopo, ti giuro che ti aiuto a salire su quell’albero, lo vedi? E lì potrai cogliere tutta la frutta che vuoi!”
Non c’erano alberi nelle vicinanze, ma le parve che Mario gioisse. E, infatti, le disse che avrebbe dovuto saperlo, lei, chei giusti, i deboli, i bimbi e gli innocenti non muoiono mai, nemmeno se ammazzati. Si mettono solo da parte, - disse - e momentaneamente, perché erano già pronti a venir fuori al momento giusto.
Quale?
No, questo Josephine lo sapeva benissimo, glielo aveva insegnato suo nonno. Anche lui non era morto, ma si era solo nascosto, perché sognava il mondo degli uguali e dei giusti. Attendeva il socialismo.
Ora, però, anziché il socialismo, come sognava, come aveva sempre sognato dal momento in cui aveva ascoltato i primi racconti del suo caro nonno….era arrivata la polizia.
Scesero da due auto. Cominciarono a guardarsi attorno, a fare degli strani rilievi. Poi uno di loro si rivolse a Josephine e le disse, con voce ruvida:
“E tu? Che ci fai col morto in braccio?...Lo culli? “
Lei si ribellò. Cominciò a urlare, perché temeva le strappassero il bimbo dalle braccia:
“ Non è mica morto! Non ci credete? E guardatelo, allora! Parla. Sorride. Mi accarezza…Guardatelo, vi prego!”
Il poliziotto le lanciò un’occhiata sprezzante, si voltò e urlò rabbiosamente:
“Brigadiere, ragazzi, venite qua! Mettete le manette a ‘sta matta! Cominciamo a portare dentro lei! “
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